La Baronia di Sorso
Tratto da "Registro storico dei feudi del Regno di Sardegna"
Questa baronìa, che esiste nell’incontrada di Romangia, comprende le due ville di Sorso e Sennori, oltre Gerito ed altre spopolate.
Si pretende non senza fondamento che detta incontrada di Romangia fosse concessa dal giudice turritano Gonario ad un certo Itocaro Gambella, uomo di sua corte, in ricompensa di averlo liberato dalle mani dei suoi nemici, mentre egli era ancora in età infantile.
Dopo che l’infante Alfonso si impadronì della Sardegna, furono dette ville divise e in vari tempi concesse dai re di Aragona a diverse persone.
Il 14 dicembre 1338 donna Eleonora Cervellon vedova di Ughetto Cervellon ratificò l’omaggio prestato in suo nome, per la porzione che apparteneva a sé, delle ville di Sorso, Sennori, Tanegue e Otuspè.
Nel 1424, quella di Sennori era posseduta da un certo Pietro Plicamo, cittadino di Barcellona, il quale per istrumento 11 maggio dello stesso anno ne fece vendita a Pietro de Ferraria di Alghero per 130 lire barcellonesi.
Per altro instrumento 1 dicembre 1434 il procuratore reale Giacomo Besora, in seguito a regio mandato, vendette la villa di Sorso al già detto De Ferraria per mille fiorini d’Aragona in feudo secondo il costume d’Italia, enunciando in detto instrumento che l’acquisitore possedeva già la villa di Sennori e le altre di Gesinos e Otuspè spopolate. E tal vendita fu poi approvata dal Re Don Alfonso con diploma 20 giugno 1436.
Il 19 ottobre dello stesso anno il Pietro De Ferraria alienò le suddette ville a Gonario Gambella per la somma di lire 2.225 alfonsine. E il 7 marzo 1440 l’acquisitore ottenne poi dal Re Don Alfonso, in remunerazione dei servigi resi, un diploma di allodiazione delle medesime, con la facoltà di fortificarle; e successivamente, il 27 giugno 1444, ottenne dallo stesso principe altro diploma, con cui furono dichiarate esenti da ogni peso e servigio feudale.
Al Gonario Gambella successe il figlio Antonio, il quale, avendo avuto tre figlie (Rosa, Maddalena e Marchesa) fece testamento in data 10 marzo 1446 ed in esso istituì sua erede universale Rosa col vincolo perpetuo in favore dei suoi discendenti, in mancanza dei quali chiamò quelli di Maddalena e in difetto di questi gli altri di Marchesa, servato sempre l’ordine di primogenitura.
Rosa, dopo aver preso il possesso di dette terre, sposò Angelo Marongio e successivamente, rimasta vedova, sposò in seconde nozze Simone Perez: durante il cui matrimonio, cioè nell’anno 1475, essendo stata condannata a pagare agli eredi di Lorenzo Parlegas, come erede di suo padre Antonio Gambella, una certa somma per causa di fideiussione, fu l’incontrada subastata e deliberata, nel 1482, a Giovanni Sunier, procuratore del viceré Ximen Perez. La vendita peraltro fu poi dichiarata nulla due anni dopo.
Essendo morta Rosa senza prole, Maddalena sua sorella, in vigore della sostituzione, tentò di prenderne il possesso, ma vi si oppose detto viceré per credito, pretendendo egli in dipendenza della predetta acquisizione e per cessioni a lui fatte da alcuni dei suoi creditori.
Pendente un tale contradditorio, il medesimo viceré fece vendita di tutte le sue ragioni ad Antonio Contena, con cui, dopo la morte di Francesco Millia suo primo marito, Maddalena passò a seconde nozze. E quindi, essendo deceduta nel 1490, istituì suo erede universale Giovanni Antonio Millia, suo figlio di primo letto: cui da detto Contena fu mossa in seguito una lite, pretendendo egli l’incontrada per le ragioni e crediti, che gli erano state cedute dal già detto viceré Ximen Perez. Perciò l’incontrada fu posta sotto sequestro.
Nel 1495 uscì un laudo in virtù di cui furono aggiudicati al Contena alcuni crediti condannandolo frattanto alla restituzione dei beni descritti nell’inventario dell’Antonio Gambella, e dei frutti della stessa incontrada da lui percepiti dal giorno della morte del medesimo.
Pendente la liquidazione morì il Contena con due testamenti, nel secondo dei quali legò i suddetti crediti che gli erano stati aggiudicati a Giovanni Pilo, con l’obbligo però al medesimo di convertirne l’ammontare, poiché l’avrebbe esatto nelle opere pie portate dal primo testamento.
In seguito a ciò il Pilo legatario, avendo pretesa dell’amministrazione dell’incontrada, questa, con sentenza del 5 dicembre 1512, gli fu poi negata a vista dall’opposizione fattagli dal Giovanni Antonio Millia, il quale addusse di non essersi ancora eseguita la liquidazione prescritta dal laudo; la quale però non fu mai fatta per il motivo che i contendenti andavano entrambi esigendo alcune partite sul prodotto dell’incontrada.
Scomparso il Millia nel 1529, Don Francesco De Sena, governatore di Sassari, entrò in possesso dell’incontrada in qualità di erede universale istituito dal Millia. Alla scomparsa del De Sena, morto senza discendenti, l’incontrada passò a Marchesa, figlia terzogenita dell’Antonio Gambella istitutore del vincolo; e poiché da Marchesa, maritata con Antonio Marongio, era nata Marchesa II, la quale aveva avuto dal suo matrimonio con Don Alessandro di Castelvì due figli: Don Francesco e Don Antonio; questi avendo mossa lite al detto De Sena possessore, ottennero dalla Regia Udienza nell’anno 1596 una sentenza in virtù della quale l’incontrada fu loro aggiudicata coi frutti dal 1589, anno in cui morì il Millia.
Ma poiché la suddetta Marchesa II loro madre ebbe due fratelli germani chiamati Antonio il primo e Gavino, e da Gavino era nato Angelo Marongio, il quale aveva lasciato due figli: il dottore Don Gavino e Don Giovanni Antonio; e per altra parte Antonio Marongio primogenito di Marchesa I rinunciò le sue ragioni a detto governatore Don Francesco de Sena, erede istituito dal Millia, la lite perciò fu proseguita tra De Sena il Giovanni Pilo, essendovi pure intervenuto il prenominato Marongio, che pretendeva l’incontrada in virtù del vincolo istituito dal suo avo materno Antonio Gambella, nonostante egli avesse fatta la predetta cessione. E nell’anno 1534 uscì un provvedimento in virtù del quale si mise sotto sequestro dal procuratore reale l’incontrada; con l’ordine al mastro razionale di dovere, pendente la lite tra il De Sena ed il Marongio, liquidare i crediti del Pilo e allo stesso tempo i beni dell’Antonio Gambella descritti nell’inventario e così pure i frutti della stessa incontrada dal giorno della sua morte nella forma prescritta dal laudo del 1495 e soddisfare frattanto il Pilo di quanto egli fosse ancora rimasto creditore coi frutti medesimi, lasciandone l’amministrazione; ben inteso però che dopo essere stato interamente soddisfatto avrebbe dovuto rimettere il possesso dell’incontrada o al governatore de Sena ovvero al Marongio secondo quanto giudicato.
Fattasi dal mastro razionale la liquidazione prescritta, il Pilo ottenne nel 1536 esecutoriali dal viceré Don Antonio di Cardona, in virtù delle quali gli furono da sequestratari rimessi i frutti ricevuti con promessa di consegnarli in base a quanto stabilito in detto decreto del 1534. L’8 gennaio 1544 uscì poi una sentenza con la quale furono liquidate tutte le partite di credito del Pilo e il De Sena venne condannato a pagarle interamente con gli interessi.
In seguito a tale sentenza fu introdotto il giudizio di supplicazione, in cui varie altre furono pronunciate. E frattanto morì il Giovanni Pilo con aver prelegate le sue ragioni a Caterina Angela sua figlia, già moglie in prime nozze di Giovanni Cariga ed in seconde di Marco De Sena.
Nel 1548 Caterina Angela comparve avanti il viceré e, tacendo l’esazione fatta dei frutti sequestrati in seguito alle esecutoriali del 1536, chiedette il possesso dell’incontrada per essere soddisfatta dei suoi crediti; essendogli stato accordato, essa lo prese effettivamente il 28 maggio dello stesso anno, sebbene per sentenza del 25 gennaio 1550, pronunciata in giudizio di liquidazione, un tale possesso fu in seguito revocato per essere state aggiudicate due partite di credito all’Antonio Contena e per esso al Pilo e alla figlia Angela.
Essendo la causa in questo stato, morì il Don Francesco de Sena lasciando sua erede universale Elena sua figlia. E siccome le ragioni sopra l’incontrada erano maggiori rispetto all’Antonio Marongio, perciò il 12 luglio 1552 Angela Pilo fece con questo il suo aggiustamento. Ma Donna Marchesa, figlia del Marongio, avendo frattanto preteso di impugnare la suddetta aggiudicazione, seguì poi tra lei e Donna Elena da una parte ed Donna Angela Caterina dall’altra un compromesso in due arbitri, che essendosi pronunciati nel 1556, diedero poi luogo a transazione.
A questa si oppose Giovanni Antonio Marongio chiedendo che venisse condannata Caterina, a seguito della sentenza del 1552 proferita dal Supremo di Aragona, e questa medesima istanza fu poi proseguita dal Don Gavino Marongio, pretendendo egli di rivendicare l’incontrada per ragione del vincolo dell’Antonio Gambella. Ma essendosi opposto a lui Don Francesco di Castelvì, e dopo la sua morte, Don Antonio suo fratello, questo ottenne il 2 maggio 1596 sentenza favorevole dalla Regia Udienza con voto del supremo, la quale sentenza, confermata in giudizio di supplicazione, passò in giudicato.
Il 7 agosto del 1607 morto Don Antonio di Castelvì, lasciò con testamento suo erede universale Don Francesco Escano de Castelvì suo cugino, lasciando detta incontrada a Donna Maddalena Liperi Gambella di Castelvì sua sorella, cui spettava in virtù del vincolo anzidetto, in seguito al quale sul punto della liquidazione dei crediti furono pronunciate varie altre sentenze nella causa che proseguì per molti anni.
Nota:
A seguito del matrimonio tra la Baronessa di Sorso Donna Maddalena Deliperi Gambella e Giovanni Battista Amat Font (1605-1663), Marchese di Villarios, la Baronia di Sorso passò alla famiglia Amat.
Il primo Amat avente il titolo di Barone di Sorso fu Pietro Amat Deliperi (1658-1729) a cui succedette il nipote (figlio del figlio Ignazio morto nel 1708) Pietro Amat Vico Zonza Sanjust (1704-1771).
Successivamente, il titolo di Barone di Sorso passò al figlio Giuseppe Amat Malliano (1741-1807) e, alla sua morte, alla figlia di Giuseppe, Eusebia (1772-1808). Col matrimonio, avvenuto nel 1789, tra Eusebia Amat Vico ed il cugino Giovanni Amat Manca, Marchese di San Filippo, il titolo di Barone di Sorso passò al ramo principale della famiglia. Il figlio primogenito di Giovanni ed Eusebia, Vincenzo Anastasio (1790-1869) Marchese di San Filippo e Barone di Sorso, riunì tutti i feudi della famiglia Amat.
Al momento del riscatto dei feudi vennero riconosciuti dalla regia delegazione, con sentenza del settembre 1838, diritti feudali per L. 2.460. Il feudo fu riscattato unitamente a quello di Soleminis.