Albero genealogico della famiglia Amat

El año 1118 fue sirviendo Ramon Amat con otros ricos hombres al Serenissimo Rey Don Alonso el Emperadon en la conquista de Zaragoça que la possessian los moros: la qual sucedio a los 18 de Diziembre del dicho año (…) que se pudo ofrecer en suo Reynas fueran veinte y siete ricos hombres: uno de los quales era Ramon Amat, como es de ver mas largamente en el libro que ha compuesto el muy Reverendo Padre Presentado Fra Jayme Bleda … que se entitula Cronica de los Moros en España”.
Così Gregorio Lopez, nel libro pubblicato in Madrid (senza data ma certamente di metà ‘600): “Arbol de la inclita y heroica genealogia de la ilustre Casa de Amat en el Reyno de Cerdeña, cuyo origen es del Castell Bel del Principado de Catalunya”.
Più avanti nota: “Mucho despues el año 1282 en la batalla y desafio que huvo en la ciudad de Burdeos … ciento por ciento caballeros los mas nobles y valientes de sus reynos saliessen a la pelea, y uno de los que furon eligidos por el Rey Don Pedro, para la batalla y desafio, fue Bernardo Amat y Cardona, segun lo refiere la historia de Cataluña compuesta por Bernardo Esclot …

Copertina libro AmatAl di là del tono laudativo cui la prosa del Lopez - in linea coi tempi - attinge in abbondanza, sono certe le fonti e i documenti citati o, nel corso del libro, integralmente riportati. Ciò che conferisce al lavoro un’impronta di serietà e di rigore.
Prosegue il Lopez, dopo aver ampiamente dissertato sulla qualità di “Rico hombre” spettante a Ramon Amat Cardona, riportando un atto di Tomas Vallers, notaio e scrivano del Racional di Barcellona nell’anno 1421, che afferma che “en el libro de Cerimonias de la Ciudad de Barcelona” risultano le nomine di Ramon Amat a Consigliere Capo della Città, quella di Francesco Amat “Coronel y tambien ha tingut altros carreches y honres publiques” tutti della stessa famiglia. Conclude il Vallers: “mols altre Amats hi ha agut en acquesta ciudad de Barcelona, barons y militars etc.”
Diversi appartenenti alla famiglia, conclude il Lopez, ebbero incarichi in Sardegna, dopo la conquista del 1326 (si ricorda un Amat Cardona morto nel 1324 nella battaglia di Villa di Chiesa, figlio di Bernat Amat Cardona, Signore di Rupit), ma rientrarono in Spagna una volta concluso il periodo di comando (ciò è confermato dal documento col quale l’Imperatore Carlo V concesse il privilegio di nobiltà a Gerardo e Salvatore Zatrillas e a Pietro Amat).
Un attento studio dei volumi della “serie historica”- Biografie Catalane, voll. 1, 2 e 3, consente di ricostruire l’albero della famiglia.
Il volume I°: “Els primers contes catalans” di Ramon D’Abadal y de Vinyals- serie Historica- Biografies Catalanos- El Teide- Barcelona 1958, consente la ricostruzione della parte più antica e cioè da Bel-lò Conte di Carcassona nascono Oliba, che eredita il titolo, Sunyfred Conte di Urgell, Cerdayna, Barcelona, Girona e Narbona e Sunyer I Conte di Empuries y Rossellò.
Da quest’ultimo nasce Sunyer II (+ 915), da cui Gausbert (+943) da cui Bernat che sposa Amata.
Da questa unione Bonuch (974) che sposa Sisenanda Vivas (vedi sotto lo schema di albero Genealogico).
Sarà Deodat Bernat Amat (figlio del primogenito di Bonuch, Eldrich Amat) a sposare (1070) Ermessenda, della potentissima famiglia dei Visconti di Cardona, il cui figlio Bernat Amat y Cardona eredita il titolo di Visconte (+1155) e sposa Almodis, figlia di Ramon Berenguer III, Conte Sovrano di Barcellona.
Da allora i discendenti assumono il cognome Cardona, famiglia potentissima, e conserveranno il cognome anche quando la unica figlia di Ramon Folc II, Anglesa, sposa Ramon V, visconte di Pallars.
Solo alla fine del 1200 il cadetto di Ramon Folc IV, Ramon Amat riassume il cognome (questo Ramon è padre del Ramon Amat citato, morto nella battaglia di Villa di Chiesa nel 1324).
Un altro importante particolare conferma l’allaccio degli Amat di Sardegna con la famiglia di origine. Nell’abitazione del Marchese di Castelbell (a Barcellona), discendente del ramo spagnolo, c’è il ritratto di Jayme Amat y Terrè, che diede origine al ramo sardo. Nella perfetta copia del quadro, della quale a metà dell’800 il Marchese fece dono al cugino sardo (Vincenzo Amat Marchese di San Filippo e Barone di Sorso), lo stemma del Viceré Amat inquarta lo stemma dei Cardona.

La ricostruzione della genealogia in Sardegna è più facile, sulla base dei copiosi documenti dell’Archivio della famiglia e su quelli reperibili presso l’Archivio di Stato e presso archivi privati.
La famiglia si radica in Sardegna con Jayme, figlio di Pere e di Isabella de Terrè che, al culmine della carriera militare col grado di Luogotenente generale del Regno, viene nominato Viceré interinale (1507/1508) in sostituzione del Viceré D’Usay, che per alcuni anni fu lontano dalla Sardegna per altri incarichi. Lasciato l’incarico restò in Alghero dove morì nel 1524 (vedi scheda).
Il figlio Pietro intraprese la carriera delle armi e fu Governatore della città di Alghero e del Capo del Logudoro (vedi scheda).
Con capitoli matrimoniali del 1541, Pietro sposò Brianda Cariga, figlia di Don Pietro e di Anna Erilla Manca. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Giacomo, morto bambino, Giovanni (che fu governatore della città di Alghero nel 1585-vedi scheda), Gerolamo, Isabella e Giovanna.
Giovanni, sposatosi con Eulalia de Ferrer, figlia di Don Michele e di Donna Speranza Sarrovira, ebbe sette figli, il primogenito dei quali, Francesco, Conte di Villanova del Rio, fu maresciallo di Campo e Governatore della Città di Alghero.
Sposatosi con Angela Font de Sena, ebbe dodici figli, il primo dei quali- Pietro- sposatosi con Caterina Gualbes, senza figli, lasciò il titolo al secondogenito Giovanni che al titolo di Conte di Villanova del Rio aggiunse il titolo di Marchese di Villarios, nonché la Signoria di Lunafras (vedi scheda).
Giovanni Battista Amat Font contrasse tre matrimoni. Dal primo (1631) con Benedetta Bosquet ebbe cinque figli, il cui terzogenito Francesco (al quale è dedicato il libro del Lopez apre queste note) proseguì nel ramo degli Amat di Villarios per morte dei fratelli maggiori Giacomo e Gerardo. Dal terzo matrimonio con Maddalena Gambella, baronessa di Sorso, ebbe il figlio Pietro (Amat Gambella) che diede origine al ramo Amat di Sorso (vedi scheda).
Per successive vicende il ramo primigenio Amat perse il titolo di Villarios per successione femminile mentre, per linea femminile, acquisiti il marchesato d’Albis e per altro matrimonio quello di San Filippo, ancora per un matrimonio si avrà il ricongiungimento con il ramo Amat di Sorso.
I rami della famiglia, nel 1700, sono quindi tre: il primo, quello diretto, col titolo principale di Marchese di Villarios, mentre dai rami cadetti procederanno il ramo col titolo principale di Barone di Sorso e quello col titolo di Marchese di San Filippo.
Il ramo Villarios acquisì per matrimonio la contea di Bonorva e la signoria di Pozzomaggiore (D. Caterina Tola Manca). Il ramo Villarios diretto si estingue nel matrimonio di Genoveffa nel 1867 col Marchese Michele Patrizi.
Il ramo Sorso, iniziato con il già citato Pietro Amat Gambella, dopo aver dato brillanti personaggi (vedi schede) nelle armi al servizio dei Savoia, si estinse col matrimonio di Eusebia Amat Vico, Baronessa di Sorso, Marchesa di Soleminis e Signora di Olmedo, con Giovanni Amat Manca, Marchese di San Filippo, Marchese d’Albis, Barone di Ussana, Barone di Bonvehy, Barone di Montiferro.
Dal matrimonio con Giovanni ed Eusebia nacque Vincenzo Amat Amat (vedi scheda) che riunì i titoli ancora oggi appannaggio dell’attuale Marchese.
Il fratello di Vincenzo Amat Amat fu Luigi, Cardinale di S.R.C., eminente personaggio diplomatico e politico ai tempi del Papa Pio IV.
Ancora, va ricordato Pietro Amat Vivaldi (vedi scheda), letterato e geografo.

Clicca qui per vedere l'albero relativo al periodo che va dalla fine del IX sec. alla fine del XV sec.

Riferimenti:
B.C.: Biografie Catalane
L.F.M.: Liber feudorum maior
A.R.A.: Archivio Reale d’Aragona
M.M.-Ribera: “Milizia Mercenaria”
A.D.C: Archivio del Duca di Cardona
R.A.: Real Registro. Luogot. Regina Maria 1421-1422

 

Schede

Jayme Amat y Terrè

Probabilmente venne in Sardegna con lo zio Giovanni Battista (che fu Governatore di Sassari nel 1506), mentre il fratello Romeo, primogenito, restava in Spagna proseguendo quel ramo della famiglia.
Romeo e Jayme erano figli di Pietro Amat y Aymerich il cui padre Ramon fu ambasciatore nel 1459 presso il Re di Francia.
Veghiere di Alghero nel 1502, Ricevitore Generale delle Rendite Reali del Marchesato di Oristano e della Contea del Goceano, indi Governatore del Logudoro, e dall’11 marzo 1507 alla fine del 1508, viceré interinale.
Cessata la carica, visse, nominato Primo Console di Alghero, in questa città dove morì nel 1524. Curò la redazione di un trattato dell’ordine giudiziario e di un repertorio di leggi padrie.
In prime nozze sposò Angela Zatrillas senza aver figli. Rimasto vedovo sposò Isabella de Sena, vedova di suo cognato Ramon Zatrillas, ed ebbe un figlio: Pietro Amat de Sena.

Pietro Amat de Sena

Figlio di Jaime Amat Terrè e di Isabella de Sena intraprese la carriera delle armi, seguendo l’imperatore Carlo V, in Germania dove ai suoi ordini combatté valorosamente. Essendo necessario fortificare la città di Alghero, fu inviato in Sardegna, al fine di predisporre la difesa della città dai possibili attacchi dei francesi.
Carlo V nel 1588 lo ringraziò con diverse lettere scrittegli da Bruxelles e per i suoi alti meriti lo confermò in diversi incarichi ricoperti da suo padre Jaime. Fu nominato Governatore delle Armi della città di Alghero e del Capo del Logudoro con poteri di Alter Nos del Capitano Generale.
Sposatosi con Brianda Cariga, figlia di Don Pietro Cariga Signore di Tiesi, ebbe cinque figli: Jaime, morto bambino, Giovanni, Gerolamo, Isabella e Giovanna.

Giovanni Amat Cariga

Per le capacità dimostrate e per i servigi resi da suo padre Pietro Amat de Sena, all’imperatore Carlo V, anche a lui vennero da questi riconfermate le cariche paterne.
Ebbe in cura la manutenzione, a sue spese (come usava allora) delle fortificazioni di Alghero.
Fu Maggiordomo di artiglieria e “tenedor” dei bastimenti del Capo del Logudoro, Capitano della Città di Alghero e suo Comandante per altri vent’anni.
Sposò Elaulia de Ferrera, figlia di Don Michele de Ferrera Barone di Bonvehì, avendone sette figli.
Durante una scorreria di pirati saraceni a Porto Conte, dopo una sfortunata battaglia, fu catturato- gravemente ferito- dai pirati e riscattato prontamente col versamento di 5.000 scudi.
Tale riscatto lasciò la famiglia in disagiate condizioni tanto che il Re gli assegnò una pensione di 5000 reali con una lettera del 1586 nella quale gli veniva dato ampio riconoscimento del suo valore.
Morì poco tempo dopo, a seguito delle ferite riportate, lasciando i figli minori.
Fu il primo cavaliere sardo insignito, dal Duca Emanuele Filiberto di Savoia, del Cavalierato dei S.S. Maurizio e Lazzaro.

Francesco Amat de Ferrera

Proseguì negli incarichi militari e di governo che erano ormai appannaggio della famiglia.
Fu Maresciallo di Campo Generale della Città di Alghero, quindi Governatore della città e del distretto di Alghero, responsabile delle fortificazioni della città, dell’artiglieria, della sopraintendenza e del governo delle torri.
Per oltre vent’anni fu inoltre comandante della fanteria e della cavalleria e in tale veste combatté generosamente respingendo gli attacchi dei pirati e vendicando il padre Giovanni. Dal Re Filippo III° ricevette l’ufficio della Carradoria e della Vendita del corallo di Alghero, con prammatica del 7 giugno 1599. Ebbe inoltre il titolo di Conte di Villanova del Rio.
Sposò Angela Font, figlia di Don Pietro Font, avendone otto figli: Pietro, morto giovane, Giovanni Battista, Diego, Gerolama, Eulalia, Giovanna, Maria, Speranza.

Giovanni Battista Amat Font

Cavaliere dell’Ordine di Santiago, Conte di Villanova del Rio per diritto di primogenitura, nel 1644 guidò le truppe al contrattacco contro uno sbarco effettuato a Porto Conte da truppe francesi sbarcate dalla nave “Unicorno” comandata dal Cavaliere Carlo Fontanèe e dotata di 35 cannoni.
L’azione riuscì perfettamente, tanto che fu conquistata anche la nave. Il Re Filippo IV gli diede, come riconoscimento, un cannone della nave conquistata suscitando molte invidie perché, secondo alcuni suoi detrattori, Giovanni Battista non avrebbe meritato tale eccezionale onore, e anche perché era un po’ vivace e dotato di prepotente temperamento.
Il Re Filippo, che lo conosceva bene per averlo avuto combattente in Catalogna nel 1642, con diploma dell’8 agosto 1646 lo nominò Marchese di Villarios, assorbendosi in tale Marchesato il titolo di Conte di Villanova del Rio, concesso al padre e da lui ereditato.
Acquisì inoltre la Signoria e il Feudo di Lunafras.
Sposò Benedetta Busquet, figlia di Don Garao Busquet, avendone cinque figli: Jaime, morto giovane, Francesco, Gerardo, Gerolama e Isabella. Rimasto vedovo, sposò Anastasia Caro Nicolai senza avere figli e, rimasto ancora vedovo, sposò Maddalena Gambella Deliperi Guion, Baronessa di Sorso, avendone il figlio Pietro, primo Barone di Sorso.
Morì in Alghero nel 1663.

Pietro Amat Gambella Barone di Sorso

Nacque nel 1658 dal terzo matrimonio del padre Giovanni Battista Amat Font Marchese di Villarios con Maddalena Gambella Deliperi Guion Baronessa di Sorso.
Fu il primo Amat a portare il titolo di Barone di Sorso. Fu inoltre Governatore di Sassari e del Logudoro per quattordici anni. Uomo ligio ai suoi doveri e conscio delle responsabilità e dei diritti che dalla sua posizione gli derivavano, Pietro Amat ebbe spesso motivo di scontro con gli Arcivescovi che si avvicendarono a Sassari durante il suo Governatorato, ricavandone diverse scomuniche.
Monsignor Morollo e Monsignor Virgara lo scomunicarono perché, in qualità di feudatario- e dunque di amministratore della giustizia nel territorio- fece trarre in arresto due persone risultate, a detta degli Arcivescovi scomunicanti, clerici coniugati e come tali sottoposti alla giurisdizione ecclesiastica. Nel 1703 fu scomunicato dall’Arcivescovo Siccardo per l’arresto di tale Giovanni Gavino Salis, trovato in possesso di armi proibite.
Mentre Pietro Amat, che era Governatore, informava il Viceré della pretesa giurisdizione avanzata dall’Arcivescovo, questi lo scomunicava, senza attendere la risposta viceregia. Ancora, Mons. Siccardo lo scomunicò nel 1704, poiché responsabile- quale Governatore- dell’arresto fatto in chiesa di tale Maria Maddalena Usai, che aveva assassinato un neonato della sorella.
Anche in questo caso la scomunica giunse puntualmente, mentre Pietro aspettava una risposta al quesito di competenza posto al Cancelliere Apostolico che risiedeva a Cagliari. Sempre nel 1704 il Siccardo pretese la giurisdizione su tale Giovanni Francesco Marras, arrestato per omicidio, asserendo fosse anch’egli un chierico coniugato. Mentre si aspettava l’ordine del Viceré, puntuale giunse la scomunica.
Ancora, nel 1704, Mons. Siccardo scomunicò Pietro Amat per caso analogo riguardante altro chierico coniugato, tale Giuseppe Pettinau, omicida.
Così, qualche anno dopo, sempre per arresto di chierico omicida; per concludere, nel 1716 con l’ultima scomunica, comminata stavolta, sempre per arresto di chierico tonsurato, dall’Arcivescovo Fuster, succeduto nel frattempo al Siccardo.
Come si può vedere, la fonte delle ripetute scomuniche comminate fu sempre la delinquenza di chierici coniugati e tonsurati ed in effetti i chierici dall’epoca romana in poi godettero del “privilegium fori” per cui erano soggetti alla giurisdizione dei tribunali ecclesiastici anziché di quelli laici.
I chierici coniugati erano quelli che, conseguita la tonsura, avevano contratto matrimonio e non potevano avere gli ordini maggiori se non in caso di morte della moglie.
Ma, se è pur vero che l’Arcivescovo aveva competenza giurisdizionale, è altrettanto vero che il Governatore aveva il dovere di informare il Viceré prima di rinunciare alla propria competenza ed attenderne la dispensa. Di fatto, come abbiamo visto, gli impazienti Arcivescovi utilizzavano molto spesso lo strumento della scomunica.
Pietro Amat pazientò sino all’ultima scomunica del 1716, limitandosi nelle altre occasioni a chiedere la revoca dell’anatema una volta stabilita la giurisdizione. Nel 1716 reagì curando la pubblicazione per i tipi di Antonio Casamara in Genova, con un’accurata spiegazione delle proprie ragioni, in un volumetto di sessanta pagine “Crisol de la verdad que manifiesta el expectable D. Pietro Amat Baron de Sorso etc…”
Pietro si sposò con Vittoria Petreto de Sena, Signora di Olmedo, ed ebbe sei figli: Ignazio, Francesca, Battista, Vincenzo, Antonio (che fu Vescovo di Bosa), Speranza.
Pietro Amat morì nel 1729.

Vincenzo Bacallar Marchese di San Filippo

Benché Vincenzo Bacallar non appartenga alla famiglia, fu comunque il primo Marchese di San Filippo. E’ pertanto opportuno ricordarlo con uno stralcio dal capitolo XXX: “Il diplomatico scrittore” tratto dalla “Storia della Letteratura della Sardegna” a cura del Prof. Francesco Alziator (Cagliari, ed. della Zattera 1954, pag. 242-246).
Nato nel 1669, Vincenzo Bacallar si sposò con Donna Gerolama Cervellon dei Baroni di Samatzai, da cui ebbe un figlio, Emanuele, premorto senza prole alla sorella Maria Giuseppa che, sposatasi con Francesco Amat Tola (fratello minore di Antonio Amat Tola Marchese di Villarios) ebbe il figlio Vincenzo Amat Bacallar (1726-1762), primo Amat Marchese di San Filippo.
Vincenzo Bacallar morì all’Aia a cinquantasette anni.

Il diplomatico scrittore (di Francesco Alziator, op. cit.):
Diplomazia e letteratura vanno spesso d’accordo: lo dimostra la Francia con i suoi Chateaubriand, Lamartine, Claudel e Girardoux, l’Italia con Daniele Varè. Anche la Sardegna ha il suo diplomatico scrittore con Vincenzo Bacallar (un breve ma esatto articolo d’insieme nell’enciclopedia Espasa-Calpe, vol. VII, Pg. 52, cc1 e 2).
Questi nacque in Cagliari da nobile famiglia, fu mandato a compiere in Spagna i suoi studi e la sua educazione di gentiluomo. La sua carriera fu rapida: a trentotto anni era già comandante militare della Sardegna, a trentanove, in occasione dei moti galluresi del 1708 fu designato Luogotenente Generale delle armi di S.M spagnola. Fedelissimo a Filippo V, durante la guerra di successione, dopo l’incursione dell’ammiraglio Lake, lasciò l’isola e riparò in Spagna, dove ebbe dalla gratitudine del suo sovrano il titolo di Marchese di San Filippo. Quando le fortune del sovrano spagnolo si risollevarono, il Bacallar fu inviato come ambasciatore presso la Repubblica di Genova.
Fu tra i fautori dell’impresa di riconquista della Sardegna da parte del Cardinale Alberoni e rientrò nell’isola per tentare di riguadagnare fedeli alla corona spagnola.
Ebbe altri numerosi incarichi ed infine fu inviato ambasciatore in Olanda dove morì improvvisamente, l’11 giugno 1726, all’Aia.
Vincenzo Bacallar fu uomo di cultura larga e profonda e benché la sua attività sia stata indirizzata verso le dottrine politiche e l’indagine storica, egli ebbe il gusto di un sapere vasto ed orientato in più direzioni. Un’idea di quali queste fossero ce la possono dare, almeno in parte, i libri della sua biblioteca. Il caso ha voluto che noi potessimo conoscerla, volume per volume, attraverso il catalogo pubblicato in occasione della vendita all’asta fattane dai librai Jean Swart e Pierre de Hondt, all’Aia dopo la sua morte. (catalogue de la bibliotheque du feu S.E. don Vincent Baccalar y Sanna, marquis de S. Philippe etc.; La Haye 1727, voll. 3 pg. Complessive 1144). Asta che durò più di un mese e disperse irrimediabilmente incunaboli, edizioni preziose, libri d’importanza eccezionale, in complesso circa sedicimila opere di giurisprudenza, filosofia, storia, letteratura, teologia, matematica, arte militare, etc…
L’opera del Bacallar come scrittore riguarda quasi esclusivamente la storiografia, la storia delle dottrine politiche e della dottrina dello stato. Tuttavia l’autore esordì pagando anch’egli il suo contributo di versi ad una delle vicende del Vecchio Testamento che ha avuto più fortuna tra gli scrittori: la storia del cieco e paziente Tobia, del suo omonimo e virtuoso figlio e della sventurata ma non meno virtuosa Sara. La narrazione deuteronomica ha numerosissime parafrasi, tra le quali, famose nel Cinquecento, quelle di Hans Sacks, di Jacob Ackermann, di Jorg Wickran e di Thomas Brunner. (…)
Un anno dopo il suo arrivo a Madrid, nel 1709, Vincenzo Bacallar pubblicava il suo poemetto Los Tobias (prima ed. Madrid 1709; Seconda ib. 1746) in quattordici capitoli di complessivi cinquecento non allettanti strofe. (…)
“Los Tobias” del Bacallar sono artisticamente irrilevanti. Il Bacallar dovette comunque godere, come letterato e come linguista, di molto credito fra i suoi contemporanei se, nel 1713, fu chiamato a far parte di quel sodalizio che, sorto sotto gli auspici del Marchese di Villena con l’intento di compilare un grande vocabolario di lingua castigliana, divenne l’anno successivo la Reale Accademia Spagnola. Breve fu però la permanenza del Bacallar all’Accademia perché nominato ambasciatore nel 1715.
Nella sua residenza di Genova, il nuovo ambasciatore non dimenticò lo scrivere e là, nel 1719, presso Matteo Garbizza, uscì la prima edizione della “Monarchia Hebrea” (l’opera ebbe più edizioni: L’Aia 1727, Madrid 1749/50 e 61. Fu tradotta in francese dal La Barre di Beaumarchais-L’Aia 1727), poderoso trattato in quattro volumi nel quale, parafrasando i libri dei Giudei, dei Re e dei Paralipomeni, l’autore cerca di trarne le norme per il governo dei popoli, alla base del quale, come fondamento indiscutibile, egli pone l’assolutismo regio.
Altra poderosa ed importante opera del Bacallar, anzi senza dubbio l’opera di maggior impegno, sono i “Commentarios de la guerra de Espana y historia de su Rey Phelipe V el animoso desde el principio de su regnado hasta la paz general del ano 1725” (il primo volume dell’opera fu stampato a Genova, presso Matteo Garbizza, s.d.ma 1725; poi in Madrid, ma con data di Genova ed ebbe successivamente altre quattro edizioni. Fu tradotta in latino nel 1725 dal gesuita Giulio Cesare Brusati col titolo “De foederatorum contra Philippum quintum Hispaniae regem bello commentaria”; in francese dal Cavaliere di Mandava nel 1756, ed in tedesco nel 1722, senza indicazione del traduttore).
Anche in quest’opera, nella quale si narrano i complessi avvenimenti che vanno dalla pace di Ryswyk fino al comporsi della drammatica contesa successoria, come nella “Monarchia Hebrea”, Vincenzo Bacallar non trascura occasione per esaltare la monarchia assoluta ed il diritto divino dei re. Filippo V dovrebbe essere la figura destinata ad emergere nella narrazione degli avvenimenti e Carlo II, Leopoldo, il Cardinale Alberoni gli elementi di confronto; viceversa, non Filippo ma Luigi XIV è il personaggio veramente di primo piano, il monarca ideale, l’esempio vivente ed eccellente delle teorie dell’autore.
Bacallar fu l’ultimo insigne teorico dei Re per grazia di Dio, l’autocratico che crede al diritto di sangue ed è profondamente convinto che lo stato è un organismo nel quale è impossibile l’uguaglianza dei cittadini, assurda la rappresentanza popolare, nociva la democrazia e che la grandezza dello stato può raggiungersi solo quando il sovrano può farsi obbedire senza discussione.
Nella narrazione degli avvenimenti il diplomatico sardo cercò sempre di obbedire alla verità e non mancò mai di rendere omaggio al valore nemico con alto senso di onore e di cavalleria. Interessanti e notevoli sono i Commentarios del Bacallar per i larghi accenni alla storia isolana. Largo e pensoso nel periodare, Vincenzo Bacallar possiede proprietà di linguaggio, armonia ed equilibrio di frase, doti sicure di prosatore, insomma.
A questo titolo egli, che la Reale Accademia di Spagna considerò tra le più alte autorità del Castigliano, per la sincerità della fede nelle proprie idee, per il decoro procurato alla terra natale con le alte cariche conseguite, merita di continuare a vivere nel ricordo dei conterranei.

Francesco Maria Benedetto Amat Manca

Nacque a Cagliari il 24 ottobre 1757, figlio di Vincenzo Amat Bacallar e di Maddalena Manca Guiso, fratello secondogenito di Giovanni Amat Manca Marchese di San Filippo, d’Albis, etc…
Fece una brillante carriera di Corte, prevalentemente in Torino e contemporaneamente pervenne agli alti gradi militari.
A Corte la sua carriera iniziò con la nomina a Paggio d’Onore di Re Carlo Emanuele III. Fu poi secondo Scudiere e Gentiluomo di Bocca della Principessa Carolina di Savoia, figlia del Re Vittorio Amedeo III.
Costituitasi la corte del fratello del Re, il duca d’Aosta Vittorio Emanuele per le nozze con Maria Teresa d’Austria, fu nominato Primo Scudiero della Duchessa.
Venne successivamente nominato Cavaliere dell’Ordine Supremo della S.S. Annunziata, ordine del quale era tesoriere e di cui diverrà poi decano. È controfirmatario dell’atto di abdicazione di Vittorio Emanuele I° nel 1821.
Fu insignito del Cavalierato di Giustizia dell’Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro. Visse celibe e morì in Genova il 27 aprile 1830 lasciando agli eredi (la sorella Anna ed i figli del fratello Giovanni) la somma di Lit. 24.836.

Luigi Amat Malliano, dei Baroni di Sorso

“Aloisio Amat ex dinastis de Sorso, Equiti torquato sardoae pretorian. cohor. Praefecto vire de principe de patria de suis optime merito-perenne hoc monumentum fratres amantissimi M.M. P.P. obii die XIII februarii- anno MDCCCVII- aetatis suae LXIII”.
Su uno zoccolo che abbraccia l’epitaffio sopra riportato, vi è un monumento a Luigi Amat Malliano. Il monumento si trova nella Cattedrale di Cagliari, nella Cappella detta della Mercede, la terza a sinistra per chi entra dall’ingresso principale.
Luigi, figlio secondogenito di Pietro Amat Vico Barone di Sorso e Signore di Olmedo, Gentiluomo di Camera di Sua Maestà e di Teresa Malliano dell’Arca, si dedicò, come i fratelli minori Carlo e Giovanni alla carriera delle armi, anche perché al fratello primogenito Giuseppe, Gentiluomo di Camera del Re, Grande di Corona, Gran Croce dell’Ordine di S.S. Maurizio e Lazzaro, erano spettati per la legislazione allora vigente i titoli e i feudi.
Luigi Amat Malliano nacque a Sassari l’8 giugno 1744 e giovanissimo compì gli studi presso la Reale Accademia di Torino. Nominato Gentiluomo di Sua Maestà a soli 21 anni, dopo le normali cariche intermedie, nel 1777 fu nominato Capitano effettivo del reggimento Dragoni del Chiablese, in seguito Maggiore Generale di Cavalleria e Dragoni e Luogotenente Generale della Cavalleria e Dragoni. Fu insignito della Gran Croce dell’Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro e nel 1802 del Collare dell’Ordine Supremo della SS. Annunziata, come noto la più alta onorificenza che il Re concede per eccezionali qualità e servigi (lo Statuto dell’Ordine prevede che non possano esserci più di 21 grandi Collari viventi), ciò che spiega il titolo di “cugino” indirizzatogli dal Re nella patente di Luogotenente Generale (il titolo di “cugino” era privilegio dei Grandi Collari).
Il fatto che nell’atto di abdicazione di Carlo Emanuele IV di Savoia sottoscritto in Roma nel giugno del 1802 fosse testimone e sottoscrittore Luigi Amat dimostra di quale altissima considerazione lo stesso godesse presso la Corte.
Gracile di salute alla nascita, tanto che venne battezzato in casa il giorno stesso della nascita, si irrobustì durante il periodo di Accademia in Torino e a soli 16 anni fu nominato Cornetta della Compagnia dei Dragoni in Sardegna in sostituzione della Cornetta Monfalcon du Cengle promosso Luogotenente, con la paga di L. 894 annue, più una razione e mezza di foraggio al giorno, oltre all’alloggio. Fu con la nomina a maggiore del Reggimento Dragoni che raggiunse la paga di 2202 lire di Piemonte l’anno.
Stette per lunghi anni in Piemonte dove combatté comportandosi da valoroso e intelligente comandante. Si racconta in famiglia che Luigi rimase celibe poiché in gioventù intendeva sposare una Sanjust. Essendosi sparsa la voce in Cagliari della sua morte in combattimento durante l’invasione francese in Piemonte, non pervenendo sue notizie per lungo tempo, la fidanzata si ritirò in convento ed al suo ritorno non volle lasciare la vita religiosa né Luigi volle contrarre matrimonio con altra.
Morì nel 1807. Quando i suoi eredi si riunirono, solo quattro anni dopo per una serie di lutti che nel frattempo avevano colpito la famiglia, l’unico vero beneficiario in fondo fu il suo cameriere, pur ammontando l’asse ereditario a lire sarde 67.834. Ciò che dimostra che nella sua vita non profittò degli onori e degli incarichi ricevuti, ma prestò servizio nell’interesse della Corona e dello Stato.

Giovanni Amat Malliano dei Baroni di Sorso, Marchese di San Maurizio

Dal secondo matrimonio di Pietro Amat Vico Barone di Sorso con Teresa Malliano dell’Arca nacquero otto figli. Di essi Giuseppe, il primogenito, fu Barone di Sorso, Luigi, Carlo e Giovanni si dedicarono alla carriera delle armi.
Giovanni Amat Malliano nacque il 19.8.1753.
Dalle vicende della sua vita appare che fu veramente un uomo d’armi, intelligente, capace e valoroso. I suoi meriti vennero ampiamente riconosciuti e premiati dai sovrani al cui servizio visse. Prestò carriera nel Reggimento di Sardegna dove nel 1788 lo troviamo col grado di capitano, insignito del Cavalierato di Giustizia dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Nel 1795 è Maggiore e nel 1796 Luogotenente Colonnello.
Nel 1799 è nominato Primo Scudiere e Gentiluomo di Camera del Re, nel 1808 è decorato della Gran Croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, nel 1815 Luogotenente Generale delle Regie Truppe di fanteria e nello stesso anno Governatore della Città e Provincia di Tortona. Nel 1816 è Generale delle Regie Armate, nel 1821 Grande di Corona e nel 1831 Cavaliere dell’Ordine Supremo della SS. Annunziata.
In tutti i diplomi relativi alle nomine conseguite vi sono altissime espressioni di elogio per le capacità ed il valore dimostrato sia in tempo di pace che in battaglia.
Giovanni Amat Malliano non fu certamente uomo di vaste lettere (di ciò fanno fede alcuni suoi scritti). Fu però brillante e capace (e certamente prepotente).
Sposò a quasi sessant’anni la pronipote Maddalena Amat Amat, sorella di Vincenzo. Abituato ad ottenere ciò che voleva, in pace come in guerra, oltre alla necessaria dispensa ecclesiastica, pretese una dote per la sposa ottenendo ciò che voleva dopo tentativi amichevoli col nipote Giovanni Amat Manca e col pronipote Vincenzo Amat Amat, fratello della sposa.
Creato nel 1815 Marchese di San Maurizio, il titolo si estinse perché dal matrimonio non nacquero figli. Morì in Genova il 15 marzo 1833.

Vincenzo Amat Amat, Barone di Sorso

Nato a Cagliari il 27 aprile 1790, figlio di Giovanni Amat Manca (Marchese di San Filippo e d’Albis, Barone di Ussana, Montiferro, Bonvhey, Signore di Austis, del Ventano di Alghero e del Salto di S. Pietro in Mugori) e di Eusebia Amat Vico (Baronessa di Sorso, Marchesa di Soleminis, Signora di Olmedo), si trovò con tutti i titoli e i feudi sopra indicati, essendosi riuniti in lui, per il matrimonio dei genitori, i rami di San Filippo e Sorso della famiglia.
Il padre, Giovanni Amat Manca, era – fra l’altro- Gentiluomo di Camera del Re e la madre, Eusebia Amat Vico- era Dama di Palazzo di S.A.R. la Principessa del Chiablese: Vincenzo a 18 anni ricevette la nomina a Gentiluomo di Camera del Re.
Nel 1709 è comandante di compagnia nel battaglione della fanteria provinciale, col grado di Luogotenente delle Regie Armate. Cavaliere di Giustizia dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro nel 1812, è nominato Gentiluomo di Camera del Re nel 1820. Capitano Generale della cavalleria miliziana del Regno di Sardegna nel 1827, da tale anno regge la carica (per sei anni) di Prima Voce dello Stamento Militare della Sardegna, stante la minore età del Marchese di Laconi.
Veniva quindi nel 1835 nominato Commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Nell’anno successivo era Capitano Generale della fanteria e della cavalleria di Sardegna. Nel 1848 fu nominato Senatore del Regno. Nel 1858 venne nominato Grand’Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
Vincenzo Amat Amat contrasse matrimonio con la cugina Emanuela Amat Manca, figlia di Francesco Amat Masones, Marchese di Villarios: fossero avvenute due premorienze in casa Villarios, anche questo ramo sarebbe rientrato nel figlio di Vincenzo ed Emanuela.
Indubbiamente, il Barone di Sorso fu un personaggio interessante: erede e titolare di tredici titoli nobiliari, quasi tutti feudali, bene inserito presso la Corte Sabauda, condusse una brillante carriera anche nella vita militare, sebbene non abbia mai partecipato ad alcuna battaglia.
Convinto che sulla terraferma la vita fosse più agevole, trovò scusanti per non recarsi nella penisola, la prima volta quando avrebbe dovuto giurare come Gentiluomo di Camera (aveva trent’anni) e la seconda per il giuramento da Senatore (a 58 anni) adducendo stavolta il pretesto di una malattia cronica che gli avrebbe comunque consentito di vivere ancora per più di vent’anni.
Durante la sua vita venne decretata l’abolizione dei feudi ed in data 1 aprile 1836 Vincenzo Amat Amat fece la consegna dei seguenti feudi: baronia di Montiferro, baronia di Bonvhey, curadoria di Austis, baronia di Ussana e Santa Giuliana, baronia di Sorso, della popolazione di Soleminis, degli affittuari del territorio di Olmedo, del venteno di Alghero e della montagna di Monti Mannu.
Per il riscatto dei feudi il criterio era il seguente: reddito degli ultimi dieci anni (1825-1834), calcolo dei pesi relativi e media annuale.
Complessivamente venne accreditata a Vincenzo Amat Amat la somma di lire piemontesi di 524.624,96.
Era inoltre proprietario di immobili in Cagliari: il palazzo Sorso, già Palazzo Vico, nel quartiere di Castello, nella Via Martini a fianco del Palazzo Viceregio (il palazzo è stato poi demolito perché pericolante), l’isola di S. Gilla, nota Sa Illetta, la casa di P.zza Indipendenza- Via Lamarmora (acquistata dal Marchese di Villarios), altre tre case in Cagliari, nove nel sassarese (ove per casa si deve intendere l’edificio intero), nove orti in Sassari e nove salti nelle campagne del sassarese.
Riceveva inoltre, come Barone di Sorso, diciannove censi soggetti a fedecommesso per oltre lire sarde 2.300, oltre alle prebende che gli derivavano dalle cariche ricoperte. Aveva inoltre beni personali non vincolati al diritto di primogenitura.
Nel complesso la situazione patrimoniale era veramente cospicua, ma il Barone di Sorso condusse una vita signorile ma modesto, sia per temperamento suo che per esser stato durante tutta la vita perseguitato da continue liti col fisco e con parenti che da ogni parte lo assediavano.
L’infedeltà degli amministratori contribuì a rendere tribolata la sua vita, unitamente alla situazione debitoria lasciatagli dal padre Giovanni Amat Manca il quale nel 1814 gli conferì, con assenso sovrano, l’amministrazione dei beni con l’impegno a pagarne i debiti, ammontanti a lire sarde 80.355 entro tre anni. Trascorso tale termine erano stati pagati debiti per lire sarde 59.000 e di conseguenza il Barone ottenne una dilazione di altri tre anni per il saldo.
Forse per tutto questo il Barone, ricordato in famiglia di generazione in generazione come uomo colto e brillante, appassionato storico della famiglia, si rinchiuse in se stesso, non profittando di ciò che la sua posizione gli avrebbe consentito.
Ebbe scambi continui di lettere col fratello Luigi, Cardinale di S.ta Romana Chiesa, e con i parenti che non gli intentarono causa. Purtroppo non abbiamo un suo ritratto: usava affermare che, con lo scorrere delle generazioni, la tela sarebbe passata dal posto d’onore allo sgabuzzino, via via attraversando in senso decrescente tutti i locali di casa. Cosa che, visto il ricordo che di lui rimane ancora oggi in famiglia, non sarebbe certo avvenuto.
Morì il 7 dicembre 1869.

Pietro Amat Vivaldi

Nacque a Cagliari il 1 ottobre del 1822, figlio di Giuseppe Amat Amat, quartogenito, dal primo matrimonio del padre con Vincenzo Vivaldi Pasqua di Trivigno. Comì gli studi a Bologna, nel collegio dei Barnabiti, acquistando una solida preparazione in campo umanistico. Iniziata nel 1851 la carriera diplomatica, la lasciò pochi anni dopo per lavorare- fatto a lui più congeniale- per oltre vent’anni presso l’Archivio di Stato a Cagliari. Fu chiamato a Roma da Quintino Sella, presso il ministero delle finanze. Fu consigliere della Società Geografica Italiana. Tra le sue opere più significative: “Del commercio e della navigazione nell’isola di Sardegna nei secoli XIV e XV. Cagliari 1865”; “Delle colonie in Sardegna specialmente di quelle stabilite sotto il governo sabaudo (1738-1824). Cagliari 1867”; “Annuario statistico e calendario generale dell’isola di Sardegna. Cagliari 1867-1868”; “La pesca del tonno in Sardegna dal secolo XVI al secolo XIX con note statistiche- Da Rivista economica della Sardegna, 1877 – I- fascicolo 3”; “Indagini e studi sulla storia economica della Sardegna, op. post. Torino 1903 (a cura del figlio Luigi Amat Musio); “Del planisfero di Bartolomeo Pareto del 1455 (in Memorie della Soc. Geogr. Italiana, 1870- I- pagg. 54-61”; Della vita e dei viaggi del bolognese Lodovico de Varthema, Nota illustrativa del planisfero disegnato nel 1436 dal veneziano Andrea Bianco (in Riv. Marittima 1879-XVII- pagg. 367-380)”; “I veri scopritori delle Azzorre (in Boll. Della S.G.I. 1892-XXVI-pagg. 529-540)”; “Relazioni antiche e moderne tra l’Italia e l’India, Roma 1896”; “Bibliografia dei viaggiatori italiani ordinata cronologicamente e illustrata, Roma 1874”; “Gli illustri viaggiatori italiani con una antologia dei loro scritti, Roma 1885”; “Bibliografia degli scritti italiani o stampati in Italia su Cristoforo Colombo, Roma 1893- in collaborazione con G. Fumagalli (nel vol. II Pag. 762 dell’Enciclopedia Treccani è ricordato Pietro Amat con una nota di Rafaele Ciasca)”.
Si sposò nel 1868 con Angela Musio, avendone sei figli tra i quali Luigi Amat Musio, sposatosi con Tina Incisa di Camerana. Morì nell’anno 1895.

 

Bibliografia:

*) Lopez: “Arbol de la inclita y heroica genealogia de la ilustre casa de Amat en el Reyno de Cerdeña, cuyo origen es de Castell Bel del Principado de Catalunya”
*) R. D’Abadal: “El primers comtes Catalans” serie historica, Biografies Catalanes- Teide edit. Barcelona 1958- Vol. I°
*) S. Sobreques Vidal: “Els grans comtes de Barcelona” serie historica- Biografies Catalanes- Vincens-Vives Edit, Barcelona 1961- Vol. II°
*) S. Sobreques Vidal: “Els Barons de Catalunya”- serie historica, Biografies Catalanes- Teide edit. Barcelona 1957- Vol. III°
*) A. Duran y Sanpere: “Barcelona y la seva historia” la formaciò d’un gran ciutat- Documents de Cultura. Curial- Barcelona 1973
*) “Origen del Cavallerato e de la noblesa de varias Familias del Reyno de Cerdena”
*) A. Saenz- Rico Urbina: “El Virrey Amat” precisiones sobre la vida y la storia de don Manuel de Amat y de Junyent” muses de historia de la ciudad. Ayuntamento de Barcelona- Barcelona 1967
*) A. y A. Garcia Carrafa: “Enciclopedia Heraldica y Genealogica Hispano Americana”
*) F. Piferrer: “Nobiliario de los reynos y señores de España” T. I°. 2° ed. Madrid-1857
*) J. De Zurita: “Annales de la Corona de Aragon” T.I° Zaragoza- 1669. Lib. I°
*) R. de Vilanova y Rossellò: “Paginas de la historia (Las memorias del Baron de Maldà)”;
*) J. Gramunt Subiela: “Los linajes catalanes en Cerdeña”, “Stemmata” Agrupacion de Bibliofilos- Barcelona 1958;
*) N. Feliu de la Peña“ Anales de Cataluña…” T. III°- Barcelona 1709;
*) “Il primo cavaliere mauriziano sardo regnante Emanuele Filiberto” Bollettino storico bibliografico subalpino, n. III-IV, Torino, 1929;
*) V. Prunas Tola: “I privilegi di Stamento Militare nelle famiglie sarde” Torino- Tip. Ghirardi, 1933
*) R. Amat y de Cortada barò de Maldà: “El col-legi de la bona vida” (del Calaix de sastre)- Editorial Selecta s.a. Barcelona I° ed. 1954
*) F. Amat di San Filippo: “Luigi Amat di San Filippo- Cardinale di S.R.C.”- in corso di pubblicazione

* Tratto da “Una storia di famiglia” di Francesco Amat di San Filippo

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