Ricordi di infanzia
di Paolo De Magistris
La Via Lamarmora, un tempo "via Dritta" perché
è tortuosa come una serpe, è la via principale del Castello. Più
larga, o meglio, meno stretta delle altre che come nastri scendono dalla torre
di San Pancrazio fino alla porta meridionale oggi incorporata nel Palazzo Boyl,
è fiancheggiata dalle case, invero assai modeste, delle più cospicue
famiglie dell'aristocrazia Cagliaritana.
Vi si affacciano infatti, prive di ogni rilievo architettonico e, anche, solo
di elementi di grandiosità, le case Sanjust, Manca di San Placido, Amat
di S.Filippo e altre, modeste, strette, servite da scale inverosimili, piene
di bugigattoli ad ogni svoltare di rampa.
Poche eccezioni, per alcune case un po' più pulite, con alcunché
di pretenzioso o semplicemente ritoccate, nei primi decenni dell'ottocento con
quel vivido senso del razionale e del ritmico che era proprio del neoclassico
e dell'unico architetto che la Sardegna avesse espresso, Gaetano Cima.
La casa "delle cinque teste" ostentava, in fregio al portone, cinque
medaglioni di personaggi imperiali romani. La casa Vivaldi-Pasqua, si notava
per un certo tono di solennità e così la casa Aymerich di Laconi.
Nel tratto più erto della via Dritta, tra la animata "Piazzetta"
e la silenziosa e ventosa "Piazza delle Prigioni" la nostra casa se,
al par delle altre, non era un esempio di architettura signorile, si faceva
notare per un certo equilibrio di proporzioni nel giuoco, asimmetrico, di balconi
e finestre e, soprattutto, per la ampiezza e regolarità della tromba
della scala. In cima a 90 scalini, adattando precedenti vani di servizio e ricavandone
altri con estrosi rifacimenti, papà aveva creato, nei primi anni del
secolo, l'appartamento dove avrebbe tirato su la famiglia (8 figli nati, 6 giunti
all'età adulta), dove avrebbe esercitato in un primo tempo la sua professione
medica, dove avrebbe, mancando di pochi mesi le nozze d'oro, chiuso gli occhi.(
)
Poco più su la chiesa della Purissima, un nascosto gioiello tardo gotico,
di netta impronta aragonese. Annessa ad un antico convento di Clarisse che poi
ospitò la "scuola normale" regno dell'insegnamento laicista
paramassonico e delle prime ondate femministiche e, successivamente e ancora
l'Istituto Magistrale, non mostra all'esterno segni appariscenti e solo a vederla
dall'alto, dal terrazzo aereo sui tetti di casa nostra o meglio dalla Torre
di San Pancrazio, si fa notare per il giuoco plastico dei cupolini delle cappelle,
intensamente neri di catrame. All'interno, invece, bianchissimo per il latte
di calce, l'impressione è vivissima per la nudità architettonica
essenziale, per le armoniosissime proporzioni, per la luminosità che
irrompe dai finestroni a bifora rivolti ad oriente. I costoloni delle volte
a vele, nella unica navata, nel presbiterio, nelle sei cappelle, nervosi e spiccanti,
terminano con i consueti bottoni scolpiti. La grande, nuda parete meridionale
ha al centro un grande Crocifisso ligneo dal bellissimo colorito bruno, assai
vicino per stile, espressione ed atteggiamento ai crocifissi nascosti e segreti
delle nostre chiese romaniche sarde. Un altare ligneo trionfale, colmo di dorature
nelle colonne tortili, nei comparti scanditi a linee spezzate, nei cesti di
fiori e frutta occupa tutta intera la parete settentrionale. Nella nicchia centrale
una dolcissima Madonna Immacolata, vestita d'azzurro, con la luna sotto i piedi,
schiaccia un nero serpente dalla bocca fiammeggiante. Di fronte all'altare,
un gran cuore d'argento sospeso alla volta, conteneva i nomi dei benefattori
che dopo l'abbandono semisecolare seguito all'eversione dei beni ecclesiastici
e alla soppressione degli ordini, resero possibile il restauro e la riapertura
al culto del tempo, meritando il ricordo marmoreo. Sotto il crocifisso della
gran parete nuda, due bancate settecentesche, dalla spalliera scompartita da
sottili, lunghe e degradanti colonnine come le canne di un organo sinuoso, accoglievano
nei giorni della Novena della Purissima, fin dalle prime ore pomeridiane, vecchietti
e vecchiette, in attesa della breve, semplice, ma tanto suggestiva funzione
centrata sul canto del Tota Pulchra. (...)
La festa dell'Assunta era allora, nella chiesa della Cattedrale, celebrata con
grande solennità anche perché, in coincidenza con essa proprio
per il grande afflusso di persone che essa attirava, veniva, nella funzione
pomeridiana e prima della processione, esposta all'adorazione e al bacio la
Sacra Spina. Per l'occasione veniva allestito un palchetto di legno dipinto
di verde, usato esclusivamente per tale circostanza. Ma già da alcuni
giorni fervevano i preparativi. Infatti veniva tirato fuori dai misteriosi locali
del tesoro, scavati nella profondità della viva roccia, assieme al reliquiario
anche il prezioso trittico che, con altri oggetti d'arte e di culto, furono
rubati al sacco di Roma e fortunosamente giunsero a Cagliari con l'autore del
furto, sbattuto da una tempesta.
Clemente VII lasciò alla Chiesa Reliquiario e Trittico, oggi visibili
nell'apposita Cappella detta appunto della Sacra Spina.
C'era poi da "vestire" l'Assunta. E questo era un compito complesso
che mobilitava sacristi e monesigli e "Marchese" nome onnicomprensivo
delle dame castellane. I primi dovevano tirar su la cancellata di ferro, le
casse contenenti il simulacro, i vestiti e gli ornamenti, i grandi candelieri
di legno dorato. Le seconde, per un privilegio accordato alle Dame di Corte
nel breve periodo in cui Cagliari ospitò la Casa Regnante, e di cui esse
erano le discendenti, dovevano vestire la Madonna.
Nessun uomo poteva assistere alla bisogna, e potevamo considerarci fortunati
noi bambini che non eravamo ritenuti tali.
Il simulacro, conservato con una sorta di camicione, veniva pian piano rivestito
dalla parrucca, di un ampio corsetto di broccato, di una ricchissima sottana,
e poi ancora di un manto di raso. E così disteso su un letto di cuscini
di raso e legno dorato. Ai piedi venivano infilati i sandali d'argento sbalzato,
ai polsi i volanti arricciati, gli anelli preziosi alle dita. Infine un ampio
velo veniva appuntato al capo con la ricca corona d'argento. Ai quattro angoli
della lettiera, angeli scolpiti reggevano in mano quattro mazzi di rose, di
gigli, di datteri e olive (
)
Tratto dal libro "Infanzia come una sinfonia"