Ricordi di famiglia
di Maria Giovanna Amat Aymerich

In casa Amat si cenava alle otto-otto e trenta ed ogni sera arrivavano zio Casimiro De Magistris e zia Peppina Sanjust De Magistris. Entravano in camera grande dalla porticina, quella verso la camera buia, zio Casimiro diceva uno "spiritino" ogni sera e "ogni sera", nonna Ottavia si "indigestionava". I De Magistris cenavano alle sette, ed avevano un cuoco francese e, per questo, erano un po' invidiati. I bambini Amat poi andavano a letto e, astuti, d'inverno aprivano le porte a turno per non toccare le maniglie fredde. Il primo, che avanzava verso le camere buie, per non sbattere la faccia, la proteggeva col braccio sinistro sollevato e la mano all'altezza del viso, la destra a difendere la pancia. Quando era stata messa l'illuminazione a gas (nel 1912 una delibera della Giunta Comunale progetta l'illuminazione elettrica nelle vie principali del quartiere Castello) i bambini, la domenica, si sedevano nell'ingresso per godere della nuova bella luce e vedere chi veniva in casa.
La sera, andate via le visite, nonno e nonna (Vincenzo e Ottavia) passeggiavano per camera grande e dicevano il rosario insieme. Non mi risulta che lo dicessero anche con i bambini- forse solo i più grandi si univano a loro.
Di nonno Vincenzo ci pare di non sapere molto. I figli, le zie e papà, con zio Gigi non ne ho mai parlato, ne parlavano con grandissimo affetto. Suonava il piano, non spesso e quando lo suonava era una festa "vibrava tutto" (il piano). Fumava Macedonia e quando suonava appoggiava la sigaretta in modo che la cenere cadesse tra i tasti e infatti quando, dopo la guerra 40-43, è stato fatto accordare il piano c'era ancora dentro la cenere delle sue sigarette. Era "un signorone", dicevano le zie con devota ammirazione, papà pensava che la sua grande tristezza, nelle foto è sempre molto serio, fosse dovuta alle vicende della vita. In effetti non ha avuto una vita felice e le limitazioni che secondo gli altri (il fratello Carletto e i nipoti) imponeva alle figlie, per loro erano amorose premure. Andavano a passeggio in fila, a due a due e don Contini. Secondo le zie era logico, erano tanti…Cecilia andava con Mimia, Matilde e Bonaria, Peppina e Annetta, Luigi e Chicco. Al ritorno Nonno non voleva che bevessero acqua a volontà, poteva far male. Molto apprensivo, ma quante ne aveva passate…In effetti basta fare un po' di conti. Nato nel 1852, nel 1864 gli muore la mamma, quando ha 15 anni muore la sua sorella Emanuela maggiore di due anni, quindi diciassettenne. Nel 1872 (quando Nonno ha 20 anni) muore l'altra sorella maggiore Adelaide, che ha 23 anni. Adelaide nelle foto è una bella ragazza bruna, tipo Quesada. Alcune foto sono fatte a Verona, da Lotze, con le cugine Sanjust e zia Emanuela Sanjust Cartolari, quindi Adelaide aveva viaggiato, è morta probabilmente di malattia con un decorso breve. Queste due morti (delle sorelle dico) devono essere stati brutti colpi. Nel 1876 Nonno sposa la cugina Catterina Sanjust, carina, dolce e nel 1879 muore bisnonno Giovanni. Quindi lui, a ventisette anni, eredita oltre tutto (titoli e proprietà) anche zio Carletto.

Giovanni Amat (nato nel 1823 e morto nel 1879)
Sposa nel 1847 Matilde Quesada di San Sebastiano
Adelaide
Nata nel 1849 e
morta nel 1872
Emanuela
Nata nel 1850 e
morta nel 1867
Vincenzo
Nato nel 1852
Sposa:
1) Catterina Sanjust
2) Ottavia Sanjust
Maria
Nata nel 1857
sposa nel 1877 Enrico Sanjust
Carlo
Nato nel 1860
sposa Luisa Cartolari Sanjust

Zia Maria si era sposata a 20 anni (nel 1877) con zio Enrico Sanjust. Non ho mai sentito di grande matrimonio d'amore tra zio Enrico e zia Maria. Lui, nato a Genova, cresciuto in continente, con padre ufficiale di carriera, colto, con moltissimi interessi e con sorelle (quasi tutte) dalla fortissima personalità. Forse, sposando zia Maria si era soprattutto sistemato, non foss'altro con la casa portata in dote da lei. Zia Maria (secondo zia Peppina Amat ) "ge fiara pagu Amat! S'essenzia de is Amat" e secondo zia Assunta Amat Sanjust, sua nuora (e questo parere cerco di non farlo sembrare conseguente al primo) "ignorantissima e tontixedda". Ignorantissima è probabile (del resto per il fratello Carletto non era stato scritto da Tatano Ballero "Certa Carletto Sorso cun sa penna de scriri e c'è Pineddu Nieddu chi si poniri a riri…?) ma come tontixedda ha saputo fare benissimo i suoi affari economici e con buon gusto e buon fiuto aveva una bellissima collezione di argenti e di monete. In effetti zio Enrico aveva particolare affetto per la sorella Ottavia che è vissuta con loro finché non si è sposata (nel 1894) e la convivenza fra le due cognate non era divertente (secondo zia Assunta.). L'affinità intellettuale tra i due fratelli era fortissima; ci sono "leçons de Poesie" di zio Enrico a nonna Ottavia ragazzina (nel 1876 da Cagliari presumo a Milano ) dove lui spiega " al mio caro Menego, Meneguzzo o Meneghino" come scrivere poesie e giù grandi spiegazioni di metrica, parla di anagrammi risolti da lei, cita opere liriche e letterarie, tutto stupefacente se si pensa che nonna aveva 12 anni e le accenna al suo esordio avvocatesco avvenuto proprio il giorno onomastico di nonna. La differenza di età (Enrico nato nel 46 e Ottavia nel 64, diciotto anni quindi) rende comprensibile questa tenerezza, e nonna direi che la ricambiasse dando il nome di Enrico al suo unico figlio maschio e facendoglielo tenere a battesimo (come regalo al figlioccio c'è un quadretto in legno raffigurante un angelo). Maria Amicarelli Sanjust ricorda che quando nonna Ottavia, dopo la vedovanza, andava a casa loro dopo pranzo, zio Enrico se la faceva sedere vicino e chiacchieravano, chiacchieravano, penso che zia Maria abbozzasse…

Ignazio Sanjust sp. Caterina Amat
Peppina (n. 1845)
sposa
Casimiro De Magistris
Enrico (n. 1846)
sposa
Maria Amat
Emanuella (n. 1849)
sposa
Tonio Cartolari
Catterina (n. 1852)
sposa
Vincenzo Amat
Vincenzo (n. 1854)
sposa
Cicita Tola
Maria (n. 1858)
sposa
Peppineddu Sanjust
Annetta (n. 1862)
sposa
Pietro Aymerich
Ottavia (n. 1864)
sposa
Vincenzo Amat

Non è possibile parlare di casa senza parlare dei Sanjust. Siamo stati sempre così strettamente legati che quando qualcuno per sbaglio ci attribuiva il cognome Sanjust, regolarmente io rispondevo: sono Amat, ma è lo stesso (e capitava spesso, ed io rispondevo così perfettamente convinta).
Delle prozie Sanjust ho diversi flash.
Prima considerazione: tra la prima figlia, zia Peppina, e l'ultima, nonna Ottavia, passano 19 anni e sia la prima che l'ultima sposano un vedovo: zia Peppina, a 40 anni sposa zio Casimiro De Magistris, vedovo con quattro figli.(di lui zia Peppina Amat: ziu Casimiro unu tipu a sé, simpatico mera mera). Nonna Ottavia a 29 anni sposa un vedovo (nonno Vincenzo Amat) con nove figli viventi (era morto zio Giovanni a 16 anni); le altre ragazze si sposano intorno ai 20 anni.
Zia Emanuela molto bella, molto distinta, sposando zio Tonio Cartolari entra nel mito. "Con su sorrisettu Cartolari comenti Luisa (la figlia)" a detta di zia Peppina Amat. Penso che dal mito Cartolari "signoroni, distintissimi" sia venuto il "furisterone" che detto da zia Paola Amat significava il compendio di tutte le qualità estetiche, e, sempre in base a quel mito, i figli di zia Paola, per prenderla affettuosamente in giro, quando qualcuno nominava un Cartolari, a turno, si alzavano in piedi per qualche secondo in segno di deferenza.
Quest'aura di superiorità distaccata verrà poi confermata dalla bellezza colta e fredda di zia Luisa Cartolari, sua figlia, che nel 1890 sposa zio Carletto ("Luisa bella, molto simpatica, sulle sue, ma senza dare nell'occhio" a detta di zia Peppina Amat), da zio Paolo Cartolari, suo fratello, che sposerà nel 1900 zia Miti (Matilde Sanjust, figlia di zio Enrico), da zio Batta Cartolari (altro fratello) che nel 1912 sposerà la figlia di Luisa, Mina (Emanuela). Se a questo si aggiungono i diminutivi: Ghighin, Bannè, i nomi: Alvise, Chiarastella, la tenuta di "Cancello" (mitica), le bambolone di porcellana che zia Mina mandava alla figlioccia Manuela, qui a Cagliari, c'era di che far percepire i Cartolari e tutto quello che li riguardava come qualcosa di speciale.
Di zia Emanuella Sanjust sposata Cartolari non so altro. Aveva conosciuto zio Tonio quando lui era ufficiale a Cagliari (notizia di Maria Cristina Amat Sequi, secondo la nipote Antonia Cartolari Scapini, Ignazio Sanjust con l'unione del Veneto al Regno di Sardegna, fu nominato comandante della Piazza di Verona e li si stabili con la famiglia. Antonio Maria Cartolari conobbe cosi Emanuela, bellissima, ne fu affascinato, e nel 1869 la sposò). Ci sono foto con sorelle e cugine fatte a Verona, quindi andavano a trovarla e da questo sono nati evidentemente gli altri idilli.
Lei bella, distaccata, elegante. Durante la Grande Guerra, Papà che prestava servizio in zona di guerra ogni volta che poteva andava a trovarla e, da quello che scriveva a nonna, si capisce che li si sentiva a casa sua. C'è poi una lettera dolente di zia Manuela a Papà in occasione della morte di nonna nella quale lei parla con commozione della sorella amata e prevedendo la sua prossima fine gli manda alcuni ricordi di nonna.
Zia Peppina Sanjust De Magistris penso fosse un po' scenosa, in una sua foto da anziana ha un viso "intenso e drammatico" come si direbbe adesso e uno pensa: come doveva essere bella! Invece bella non doveva esserlo, penso che non l'aiutassero gli occhi. La bocca si, larga, interessante, tutto sommato un viso con personalità, e infatti credo che la personalità non le facesse difetto.
Zia Peppina Amat (mia referente privilegiata quando mi sono accorta che, nella moria generazionale, stavo rimanendo sola con Cina a fare la vestale) di lei dice: "po nosu simpatica, si boliara una cosa battia, battia…"e per zia Assunta Amat "no du mandara a nai, su chi boliara, boliara,…un caratterino…un gran trasporto per quelli di zio Peppineddu…" Noterei due cose: il "po nosu, simpatica" di zia Peppina mi ricorda che in effetti zio Luigino De Magistris per dissapori con lei (sua matrigna) era andato a Milano, scegliendo la libertà. Ed il gran trasporto per "quelli di zio Peppineddu" è logico, erano figli di una sorella e quindi godevano di una corsia affettiva particolare rispetto ai figli della nipote Cartolari.
Di zia Peppina De Magistris oltre alle grandi attività parrocchiali: lavori per le Chiese povere, Protezione della Giovane, Conferenza Vincenziana (era stata insignita della "Pro ecclesia et Pontifice) in casa si ricorda : (ad una donna di servizio) "su pruini è fattu po intrai e tui ses fatta po limpiai (!!!) e sul letto di morte : Po prexeri, arregordai a Matildedda chi si boghiri gussa cappellina. (Si riferiva al cappellino che portava sempre zia Matilde Amat, nero o blu' scuro modello "bassinetto " da marinaio americano ma, evidentemente, quell'ultima volontà non venne eseguita subito perché "cussa cappellina " la ricordo anch'io, anche se vagamente).
Di Catterina ricordiamo poco. Quando è morta, di febbre puerperale 13 giorni dopo la nascita di Adelaide, i figli erano tutti piccoli. La più grande, Caterina, aveva 14 anni, e zia Caterina morirà poi nel 1907 a ventinove anni di anoressia credo, perché Papà diceva che per dieci anni non aveva più mangiato ed era un supplizio vederla farsi portare a tavola un brodino sgrassato e sgrassato. E Papà ricordava la desolazione dei suoi genitori nel vedere questo lento suicidio senza poter fare niente (da qui il terrore di papà ad ogni mio tentativo di cura dimagrante nei momenti di mia …maggiore floridezza). Col senno del poi è facile pensare che zia Caterina abbia reagito così alla morte della madre, nello stesso anno dell'adolescente fratello Giovanni (16 anni), al nuovo matrimonio, dopo due anni, di nonno con la zia Ottavia, le nascite di tre nuovi fratellini e le morti di Adelaide, Manuela e Rosa. Chi poteva avere tempo per i suoi problemi?
Di nonna Catterina ho il braccialetto di onice che nonno Vincenzo le aveva regalato per il fidanzamento (a me lo ha regalato un giorno zia Peppina che lo aveva ritrovato mettendo in ordine i suoi cassetti), un braccialetto semplice, 10 pietre distanziate, un cuoricino come pendaglio e un altro cuoricino come chiusura, e poi ho un libretto di preghiere (copertina in velluto rosso con al centro il volto del Cristo incoronato di spine) che aveva regalato il 7-1-1872 "alla mia cara Ottavina per la sua cresima" (nonna Caterina , l'abbiamo sempre chiamata nonna, era la madrina della sorellina-12 anni di differenza). Zio Gigi (è stata la prima e preferita nipote Cina a chiamarlo così mentre tutti gli altri lo chiamavano: Luisu) che ha amato moltissimo nonna Ottavia "mammajò", nel comò della sua camera da letto aveva in un porta fotografia "stantisso" le foto di nonno e di nonna Catterina.
Catterina sposatasi a 20 anni, morta a 40 (li avrebbe compiuti il giorno dopo) ha messo al mondo 11 figli. Oltre che mandare avanti la casa non ha avuto il tempo materiale, né prima né dopo il matrimonio, di mettersi in luce. Disegnava bene, ho il ritratto di nonna Ottavia bambina e un disegno a matita di bisnonno Ignazio a cavallo. Anche lei aveva fatto il suo viaggetto a Verona (ci sono le foto), anche lei (sempre lo dicono le foto di grandi gruppi di parenti o di sorelle e cugini) prendeva parte a quella vita sociale di gruppo che praticavano in casa.
Ricordo che una volta Vincenzo (mio cugino) commentava una lettera scritta a lui da zia Mina in occasione della morte di qualcuno di casa - non ricordo di chi, ma eravamo già abbastanza decimati- e in questa lettera zia Mina ricordava la nonna Catterina che andava ogni mattina presto alla Messa in Cattedrale e, al ritorno, passava dai poveri, portava a casa i bambini più macilenti per nutrirli. Vincenzo aveva i suoi dubbi sull'autenticità dei fatti non foss'altro per questioni di date e attribuiva questi ricordi a romantici "scimmingi" di zia Mina, ma tant'è…
Zia Maria Sanjust- se uno dice: zia Maria, il nome è incompleto- il nome vero è zia Maria de ziu Peppineddu (credo che anche in Curia sia registrata così…).
Il ricordo di questa coppia è un ricordo che invita al sorriso. Secondo zia Peppina Amat (mio punto di riferimento, anche perché i suoi pareri avevano l'avallo di zia Matilde e come tutto quello che le zie dicevano era il risultato di impressioni, pareri, riflessioni, approfondimenti, studi di caratteri fatto lungo i decenni e quindi rielaborati da loro nel loro continuo parlottare) dunque, secondo zia Peppina: zia Maria, simpatica, una stroloca, "Qandu una cosa no di andara du narara a forti. Ziu Peppineddu: simpaticoni, strolocu, du lassanta a nai poita no si importara nudda. No fianta strolochenzia de fai feli" e zia Assunta trovava: zia Maria molto fredda e ziu Peppineddu molto simpatico.
Per certo in casa loro Papà da giovanotto ha trascorso le serate più gradevoli. Amicone del figlio minore Chicco (erano i tre Chicco: Amat, Sanjust, Aymerich) suo coetaneo, andava a casa loro ogni sera. Anna (che poi sposerà Memo Loy Donà, sono i genitori di Nanni Loy) e\o Lelledda (che sposerà Edoardo Musso De Magistris, "antipattico" secondo zia Peppina A.) suonavano il piano e Papà fischiettava, così imparavano a memoria tutte le opere. Erano il suo punto di riferimento in effetti più che i figli di zio Enrico che abitavano di fronte- forse proprio per la faccenda delle madri sorelle. Ed in casa di zio Peppineddu con tutto quello " strolochimini", con zia Maria che scriveva, aveva scritto anche la trama per un film (….tutta quella prosopopea di Nanni Loi…) con le ragazze che suonavano e i ragazzi che facevano i duetti doveva essere gradevolissimo andare.
Zia Annetta Sanjust sposa a 19 anni zio Pietro Aymerich. Non hanno figli, di lei dice zia Peppina Amat: "ja pigau de domu 'e Laconi" penso la riservatezza e il mutismo in confronto alla estroversità delle Sanjust. Di zio Piriccu (Pietro): "si arrosciara cun sa genti arroscioriosa e du narara". Zia Annetta voleva molto bene a Papà , lui riteneva di essere il prediletto e gli ha lasciato un tavolino rettangolare con un cassetto, classico ottocento, che si trovava in tutte le case delle sorelle Sanjust (penso che bisnonno Ignazio ne avesse comprato uno stock) e un doppio decimetro in legno con scritto "Annetta"
Adesso parlo dei due fratelli : Enrico e Vincenzino.
Di zio Enrico ho già detto e dovrei aggiungere, ma è molto difficile. In casa è un mito. Grande avvocato, negli ultimi anni con la barba bianca e la grande retorica, la forte caratterizzazione morale, era il cattolicesimo cagliaritano (creato conte da S.S. Leone XIII), critico musicale, coltissimo, è irriguardoso vederlo dentro casa. Proviamo. Soffriva di entusiasmi, dopo il teatro andava, come critico a parlare con gli artisti e si entusiasmava, quando c'era da entusiasmarsi. Ho sempre sentito dire che in casa di zio Enrico facevano: Salve, salve. Non capivo da ragazzina, ma significava questo: quando qualcuno dei figli, direi Giuanniccu e Cino giocavano a carte e perdevano, in casa se ne parlava, ma, quando il giorno dopo loro apparivano, facevano finta di niente e salutavano dicendo: Salve! Zio Enrico (invece di dire la sua) rispondeva: Salve! Paura di affrontare situazioni difficili o saggezza e lungimiranza? In casa Amat questo dubbio creava perplessità.
Zio Vincenzino Sanjust, nato nel 1854, sposa a 35 anni Francesca Tola Aymerich- zia Cicitta. Lui ufficiale di cavalleria "simpaticone, tottu Sanjust" secondo zia Peppina, "simpatico" secondo zia Assunta (che essendo più giovane di 40 anni l'ha conosciuto in un'altra dimensione) dipingeva bene, sono suoi i graziosissimi ritratti delle sorelle che prendono il thè o davanti al cavalletto.
Zia Cicita- bella e simpatica- "bellixedda de facci" (secondo zia Peppina), "noi bambini le volevamo molto bene" (secondo zia Assunta Amat). Era nata postuma, aveva sposato a 18 anni Francesco Asquer di Flumini che era morto un anno dopo (nel 1879), dopo undici anni aveva sposato zio Vincenzino. Nelle foto è dolce e materna (anche se figli non ne ha avuto). E' morta a Padova nel 1910 a 50 anni, lì aveva una sorella sposata Flores d' Arcais e zio Vincenzino è morto nel 1933, anche lui a Padova, dai cognati d'Arcais dove era andato a vivere. Ricorda Maria Amicarelli Sanjust che con sua madre, zia Titina, quando andavano in montagna passavano sempre a trovarlo; ed anche Papà dalle d'Arcais a Padova andava sempre durante la Grande Guerra.
Parlare di nonna Ottavia Sanjust mi è difficile. Intelligente, colta (quando i figli sono partiti per la guerra ha fatto il fioretto di non leggere perché tornassero sani e salvi, e per tre anni non ha letto, era il sacrificio più grosso che potesse fare e papà ne valutava tutta la portata). Ha allevato i bambini della sorella Catterina, ed erano tanti!
Aveva sposato il cognato vedovo Vincenzo con qualche esitazione e timore, per zia Peppina e zio Gigi è stata l'unica mamma. Il comico era che zia Paola (moglie di zio Gigi) una volta mi ha detto: "Luisu dice che zia Ottavia gli ha voluto bene come a Chiccu. No boli cumprendi chi no poriri essi. Issu narara aicci e no arrennesciu a du convinci" Roba da matti!!! Nonno ostacolava il matrimonio di zia Cecilia. Ma appena Nonno muore (nel 1912) zia Cecilia si sposa e sarà un matrimonio felicissimo anche se breve. (in casa si sposerà anche zia Isabella Delitala, sorella di zio Fernando- marito di Cecilia- nel gennaio del 1915 con Nazieddu Sanjust) evidentemente non avevano più i genitori e la casa di Nonna era aperta a loro come fossero figli.
Le bambine Amat (di Vincenzo e Catterina Sanjust) prendevano lezione di musica: Matilde il mandolino, Mimia la chitarra, ma per quel che so con scarsi risultati. Con la morte di Nonno, appendicite perforante, credo che non abbiano avuto un grande cambiamento e Nonna non ha dovuto affrontare da sola la morte di qualche figlio.
Zio Giovanni era morto lo stesso anno della mamma Catterina. Aveva 16 anni, grandi occhi chiari. A Pirri era caduto da un carro che gli aveva fratturato la gamba. Non so bene come sia successo, il fatto è che è morto di cancrena.
Zia Caterina era morta nel 1907 di anoressia, poi le due bambine, Manuela e Rosa, di nemmeno un anno. Poi si è fermata la serie dei lutti fino al 1932 con Zia Bonaria. Quindi Nonno ha sofferto per tutte queste morti, ed anche Nonna Ottavia, ma almeno erano insieme.

Vincenzo Amat sp. Catterina Sanjust
Giovanni
1876
1892
Caterina
1878
1907
Matilde
1879
1987
Bonaria
1880
1932
Cecilia
1880
1932
Mimia
1884
1975
Ignazio
1885
1886
Annetta
1886
1950
Peppina
1888
1988
Luigi
1890
1966
Adelaide
1892
1903

 

Vincenzo Amat sp. Ottavia Sanjust
Enrico
1895
1977
Emanuela
1896
1897
Rosa
1897
1898


A casa veniva l'insegnante, mi pare Maestro Pisano. Mano a mano che diventavano grandi, le ragazze dirigevano la casa, una settimana a ciascuno, a turno. Persone di servizio ce n'erano in quantità, ma non ho mai sentito parlare di nessuna in particolare. Solo di Giuseppe, il cameriere, perché suo figlio aveva rubato la collezione di monete che Nonna preparava per zio Gigi e Papà (doppia, quindi). Nonno però non aveva mandato via Giuseppe, mischinu! E dopo un po' il figlio di Giuseppe ha rubato un'altra volta, rifinendo quel che aveva lasciato incompiuto la prima volta. E allora, finalmente, hanno mandato via Giuseppe. Dalla campagna arrivava ogni ben di Dio, per contorno venivano preparate dodici dozzine di carciofi, ma nonostante questo si spendevano dieci lire al giorno, e Nonno diceva" se continuiamo di questo passo andremo in rovina".
Andavano in campagna a Pirri per almeno quattro mesi (da maggio a settembre) e il sindaco andava ad aspettare l'arrivo di Nonno in piazza (la banda no). Per il viaggio Nonno si metteva davanti alla carrozza per paura che i cavalli si imbizzarrissero. Dopo che una volta era successo qualcosa, invece dei cavalli usavano i buoi.( in città come gita dal mattino alla sera andavano dove è adesso via Oslavia). A Pirri, giardino fiorito davanti alla casa e orto dietro, la domenica andavano torme di cugini (non per niente il " servizio blu" che usavano era di dodici dozzine, ed ora ne sono rimaste solo quattro). Ed era per questi trasferimenti a Pirri che Nonno aveva chiesto all'Arcivescovo il Cappellano. I Sacerdoti abbondavano ed erano molto poveri ed allora Don Contini da cappellano per l'estate era diventato definitivo. Viveva in casa, nella camera che poi è diventata quella di zio Gigi e zia Paola, col bagno attiguo e la finestra sul cortile e vista stupenda, mangiava in camera sua. Per la sua festa andavano a trovarlo tutti i suoi amici sacerdoti e si fermavano, perché erano tanti, nel grande ingresso illuminato con la luce a gas ed i bambini in estasi per quel ricevimento(bisogna ricordare che il vero ingresso cominciava dove adesso è il pianerottolo; c'è ancora, infatti, il segno della porta alla fine degli scalini dell'ultima rampa).
Quando è morto Nonno, nello sgomento i figli avevano nonna Ottavia a cui affidarsi. Ma quando è morta Nonna (nel 1925-il medico era dott. Zanda, nonno di Ginetto Pietrangeli, bisnonno di Michele), anche lei nei giorni della festa della Madonna di Bonaria. Ha avuto una broncopolmonite
(la mattina la febbre era a 39, la sera a 35, erano tutti contenti perché era sfebbrata, ma ha avuto un collasso e si è spenta) le zie erano completamente "partite" infatti ricordavano sempre con riconoscenza che la mamma di Peppino Pilo- nonna di Carlo- che abitava al primo piano, aveva provveduto a mandare il mangiare per tutti.
Nonna non era bella, anzi zia Paola diceva "unu mostru, tui prezisa" (fine per me di ogni illusione…), ma io avevo chiesto a nonna Giovanna Villa Santa (senza dirle niente, ma speranzosa…) e nonna che l'aveva conosciuta (non da consuocera, naturalmente, in quanto Papà e Mamma si sono sposati nel 30 e conosciuti nel 29) mi aveva detto: una bella signora, molto distinta. Alle zie era inutile chiedere, la vedevano con occhi estatici- sebbene zia Matilde, come forma di boicotaggio, per anni si facesse portare a tavola l'uovo fritto in uno "fuiottu" (padellina) e a Nonna dava un fastidio terribile, ma Matildedda era irremovibile. Nonna aveva un gran buon gusto, lo si vede dai mobili che ha sempre comprato, dalle letture e dalla impostazione mentale di alto livello che si coglie nelle sue lettere. (Durante la guerra 1915-1918 ha scritto una lettera al giorno a ciascuno dei due figli, e loro le scrivevano almeno una cartolina- sempre che possibile- perciò la corrispondenza tra nonna e papà fa capire molto del loro carattere). Nonna parla di tutto, ma mai un pettegolezzo, una malignità o una cattiveria, eppure le lettere sono centinaia; anche le lettere delle zie, a turno scrivevano anche loro, sono prive di "crastulimini" (ta lastima!) Era proprio l'impostazione culturale. In una lettera di zia Peppina c'era scritto che la ragazza di zio Toniolo sembrava si fosse un po'…distratta (a scanso di equivoci era Anna Villahermosa). Finalmente un pettegolezzo!! Quando gliel'ho detto ha fatto una faccia inorridita: oh, fuliancedda, ta bregungia, appu scrittu deaicci?.
In casa Nonna era chiamata Mammajo (chissà chi gliel'aveva messo), Papà invece la chiamava mammaele, davano del lei. Nelle sue lettere si interessava di tutto, ogni tanto chiedeva a papà se era andato alla Messa, come si regolava con i Sacramenti, e papà a volte la precedeva nelle informazioni, con un tono leggermente divertito e rassicurante (d'altra parte papà dal 1915 alla fine della sua vita -nel 1977- ha recitato "sempre" tre rosari al giorno- in casa passeggiando nell'andito- lo prendevo in giro perché, più avanti negli anni, li diceva magari per strada e chi lo vedeva muovere le labbra senza parlare, chissà cosa pensava…a un vecchio pazzo…)
Una volta Nonna era da Palladino- gioielliere- seduta e omaggiata. Il capocommesso aveva l'unghia del mignolo molto lunga, per…raffinatezza. Nonna è dovuta uscire in tutta fretta, in preda a conati di vomito.
Le zie sono state allevate in estrema semplicità, ma in un'estrema raffinatezza, di questa raffinatezza non se ne devono essere mai rese conto. I mobili, per esempio, tutti particolarmente belli e fanno sembrare cianfrusaglie tutto quello che si vede in giro, le porcellane, i bicchieri, l'argenteria, la biancheria. Tutto quello che è di casa ha educato l'occhio, perciò pur non avendo una preparazione specifica il buon gusto c'era, eccome! E le zie che sono cresciute in gruppo, legatissime ad altri gruppi (i cugini) dello stesso livello si sono sempre avvicinate agli altri con molto interesse e curiosità, senza critiche, come ci si può avvicinare ad un'etnia diversa, che si vuol conoscere, senza criticarla ma senza imitarla né sentire alcun complesso sia di superiorità che di inferiorità. Infatti non hanno mai usato l'odiosa frase "is de nosu", mai le ho sentite a disagio di fronte ad altri, nemmeno quando indossavano capi di vestiario regalati da altri.
Lo sdegno era espresso dalle vocali allungate o dalle consonanti raddoppiate o triplicate: ta sciiimpra! Mi seu indignaara! Ta ridiccula!
L'entusiasmo da poche parole: fammosa! Ta perla! Ta giooia! Ta curiossa! Una signorona!
Si interessavano sempre a tutto e ne coglievano il lato positivo. Eppure con l'educazione e le frequentazioni che avevano avuto certi cambiamenti della loro vita avrebbero dovuto dare i brividi.
I caratteri erano diversissimi: Matilde e Bonaria. Zia Matilde l'igienista, sapeva fare le iniezioni e ci torturava facendocele...sdraiati sul sofà (adesso ce l'ha Paola Villa Santa), il pizzicotto nel sedere, in basso, l'attesa e..zac! …Matildedda…fammosa!
Ma era "fammosa" anche zia Bonaria, amica di medici, andava negli ospedali e, malata di tubercolosi, poco prima di morire, in camera sua (la famosa camera che prima era stata di Don Contini) offriva dolcetti a mamma che aspettava il primo figlio.
Cecilia e Mimia. Amore e odio. Non potevano star lontane, ma insieme litigavano. Cecilia, bellissimi occhi celesti, allungati, bella, sposata, non colta. Mimia, insignificante, brufoli a non finire "sei come me, avevo le cccroste in faccia! (che consolazione!) e le sarebbe piaciuto sposarsi. Un gusto squisito per i colori nei ricami dei paramenti sacri, studiava i libroni sulla Cappella Sistina e prendeva appunti di teologia. Zia Peppina, quando era rimasta sola, la ricordava con rimpianto.
Peppina, Pippocca nota Pispanta. Quando Papà era ragazzo aveva cominciato a preparargli una tovaglia da 24, con applicazioni di pizzo eccezionale, copiata da una cartolina "Salon de Paris" di cui facevano collezione. E' morta dopo circa sessanta anni senza aver fatto in tempo a finirla.
Zia Annetta era, come è brutto scriverlo, ritardata mentalmente e gobbetta, con gli occhi celesti, buona, un tesoro, con le sue camicette con il colletto come una mantellina col bordino plissettato (blu a pois bianchi o marroncino, sempre a pois). Non è mai riuscita a finire di leggere" La locanda dell'Angelo Custode" ed "Ernestino e il suo nonno" libri base per una buona educazione (noi nipoti le levavamo il segno e lei ricominciava da capo). Accompagnata da " signorina"( la signorina Deplano) usciva, andava in chiesa, a passeggio e mi pare che una volta l'avesse portata fino a Pirri, con sgomento delle sorelle. Zia Annetta "spiccia, spiccia" con la sua "r "moscia …quanta compagnia ci ha tenuto quando, bambini, eravamo malati e stava immobile ai piedi del nostro letto, seduta lì per ore, nella speranza che avessimo bisogno di qualche cosa…E il suo rosario? Anche quando lo recitava da sola diceva sempre la metà dell'Ave e del Pater, quella metà che le sarebbe spettata se lo avesse recitato con le sorelle.
Le nostre zie sono riuscite ad essere eccezionali nell'essere niente di particolare
E' meglio che passi ad altri, meno vicini (non posso parlare di Papà e zio Gigi, di loro parlo in altri ricordi, che riguardano fatti più recenti) per non lasciarmi travolgere dall'affetto e dalla nostalgia.
Un'ultima considerazione che non posso non fare è questa: senza dubbio Nonno e Nonna (Catterina e Ottavia) erano persone notevoli perché i loro figli - tutti- lo sono stati, nel carattere e nei comportamenti, sempre. (evviva la modestia !).
Educazione sessuale. Penso che per dare un'idea basti questo. Quando zia Peppina Amat aveva circa 95 anni, una delle ragazze Fodde (mi pare Luisanna) mi aveva fatto chiedere se poteva farsi aiutare da lei per la sua tesi di laurea a Firenze sulle differenze del dialetto sardo, in città, secondo i quartieri, le età e il livello sociale. Zia Peppina si è prestata anche se senza troppo entusiasmo. Dopo averle chiesto l'equivalente in sardo di centinaia di vocaboli la Fodde arriva a "donna di strada "e zia Peppina "femmina mala". La ragazza insiste, vorrebbe definizioni più articolate, zia Peppina irremovibile, quella tenta "pu…pu.." niente da fare, "ba… ba…"niente.
Passiamo ad altro: i dolori del parto. Zia Peppina attonita. La Fodde incoraggia:…le doglie.. E zia Peppina, novantacinquenne, con un sorriso timido e riservato da jeune fille: "Non so, cosa vuole, in casa di queste cose, davanti a noi bambini non se ne parlava e dopo,io, non mi sono sposata…"
Peraltro le zie si fermavano ore (si fa per dire) a guardare tutte le riviste esposte nelle edicole dei giornali, con interesse e curiosità, e per quelle osèe si dicevano l'un l'altra "as bistu?" e nell'intonazione c'era non il giudizio morale ma la curiosità per quella strana etnia.
Abiti. Il colmo dell'eleganza era "su bistireddu 'e Gittelson". Gittelson era una casa di moda per bambini e "Luisu e Chiccu fianta duas gioias cun su bestireddu 'e Gittelson". Credo che nessuno al mondo li abbia mai superati in bellezza ed eleganza. Sono immortalati in una fotografia ed è un bel vestitino alla marinara, ma i due bambini non è che fossero…particolarmente belli. Da Torino a "Mammajo lompiara il catalogo". Ricordo anch'io questo catalogo, una specie di Postal market ante litteram in bianco e nero, l'avevano dato a me e a Pepita da ritagliare, cosa che avevamo fatto coscienziosamente, per farci le bambole di carta, durante la guerra. Da vecchie le zie giravano per casa con un " paltoncino" blu o nero. Era difficile vederle in "corpus gentili " come avrebbe detto nonna Ottavia.
Casa. Nonno Sorso, cioè Vincenzo Amat Amat (nato nel 1789, morto nel 1869) (fratello di zio Cardinale) aveva sposato la cugina Emanuela Amat figlia di Francesco Amat Masones M.se di Villarios ed aveva da lui comprato casa Masones che è quella nella quale da allora noi si è sempre abitato.

Vincenzo Amat Amat
Giovanni Amat Amat
Vincenzo Amat Quesada
Zio Gigi Papà Amat Sanjust
Vincenzo Amat Amat

La casa arrivava fino alla cucina di Vincenzo mio cugino, infatti lì c'è ancora la piccola nicchia che, esternamente ospitava la statuina della Madonna. Questa nicchia è stata rifatta nella parete esterna perimetrale quando è stata ampliata la casa. Nel 1890 vi è la delibera del Comune in risposta alla richiesta di Nonno Vincenzo per l'autorizzazione all'ampliamento che venne poi affidato ad Edmondo Sanjust, ingegnere, costruttore tra l'altro dei piani alti della casa Sanjust di piazza Indipendenza.
Il secondo piano è sempre stato abitato da nonno, zio Gigi, i figli le zie, eccetto dopo la guerra (1940-1943) che è stata data in affitto per un certo periodo. Il primo piano ha avuto diversa sorte. Vi è un anno che fa da spartiacque, nel 1930, con il matrimonio di papà, che fino ad allora aveva vissuto con i fratelli, viene occupato completamente dalla nuova coppia. Prima ci aveva vissuto Nonno Giovanni che, a quarant'anni, aveva deciso di aver vissuto anche troppo nel mondo e si era rinchiuso in camera sua, e lì riceveva chi doveva parlare con lui. Una volta era andato da lui uno dei suoi contadini e, vedendosi riflesso nello specchio, si era messo a ridere di cuore e ridendo diceva "sa murrinca 'e sa barona- sa murrinca 'e sa barona ". Non aveva mai visto uno specchio e credeva di avere visto, non la sua immagine riflessa, ma la scimmia della Barona di Sorso.
A parte la comicità della situazione, esisteva in casa una scimmia? mi divertirebbe saperlo.
In quanto alla casa, Paolo Amat mi dice che suo nonno Carletto in seguito a discussioni col fratello (Nonno Vincenzo) era sceso ad abitare al primo piano, avrebbe abitato lì dopo il matrimonio (1890) e lì sarebbe nato anche il padre di Paolo (zio Toniolo) nel 1894, poi zio Carletto e famiglia si sono trasferiti in via Canelles.
Dopo zio Carletto è venuto zio Carlino Nissa (fratello di Stefano, IV marchese di Villahermosa) sposato con Angelica Pilo. Le zie ricordavano che il cortile era un giardino bellissimo, curato da lui, pieno di rose e con fiori celesti rampicanti, e ne ricordavano il profumo. Dopo zio Carlino ci ha vissuto la figlia Peppinedda sposata con Giovannino Salazar (nonni di Vavanna Bandini Sanjust e di Nanni Salazar). Non so in quale periodo vi hanno vissuto i Pilo Flores, qui è nato nel 1909 Peppino Pilo (il padre di Carlo) ed abitavano ancora quando è morta nonna Ottavia (1925). Poi Papà ha fatto aprire la porta che dà in Piazza Indipendenza (ai tempi delle Salazar era una finestra) per rendere indipendente quella parte della casa.
Alla sua morte nonno Vincenzo aveva disposto che le figlie non sposate, a parte le loro proprietà, avessero diritto ad una camera per ciascuna più un soggiorno e i servizi (e zia Peppina rivendicava pugnacemente questo diritto dicendo: bollu su testamentu de babbu miu- quando pensava che venisse messo in discussione ) e questi spazi, possibilmente nella casa di famiglia. Infatti mio padre e alla sua morte mia madre, hanno sempre pagato la loro quota a zio Gigi. Ricordo che l'ultimo affitto era di L. 25.000 (considerata che l'altra metà era spettanza degli eredi di zio Gigi, l'affitto arrivava a L. 50.000 che era quello corrente, infatti nello stesso periodo Nanni Amat pagava così per l'appartamento di via Canelles). Nonno, inoltre, nel testamento, lasciando un piano di casa a ciascun figlio maschio aveva lasciato il piano migliore (per luce e vista soprattutto) a zio Gigi, ma con la cura dei tetti e anche i sottani, quindi vantaggi ma anche svantaggi. (Si capisce, da come lo ricordo, che mio nonno mi piace ?)
Pulizia. Tra le malattie di cui sono morti tanti componenti delle nostre famiglie non c'è certo l'eccesso di pulizia.
Dello storico comportamento di zia Caterinedda Sanjust (cugina in primo grado di nonna Ottavia) moglie di Enrico Manca di Nissa che andata ospite a Milano dalla figlia Javotte, sposata col Senatore Ettore Bocconi, quando la cameriera le preparava quotidianamente il bagno, lei si chiudeva nella camera da bagno, buttava un po' di sapone nell'acqua, movimentava l'ambiente e usciva poi senza cedere a compromessi con la pulizia.
In tempi più recenti, circa nel 1950, Nanni Amat aveva scritto una graziosissima novella: "Il bagno del Barone "che ha per protagonista il fratello Vincenzo che, tornato dalla guerra con strane idee, voleva fare il bagno almeno una volta alla settimana. I problemi per accendere la stufa a legna, il rischio dell'esplosione del grosso tubo e soprattutto la paura del rischio dell'esplosione rendevano questo racconto gustosissimo.
Abbiamo avuto zia Cecilia che, per…levare i microbi dal comodino di una sorella malata, ci passava sopra la mano di lato, come se i microbi fossero briciole.
D'altra parte non è che abbondassero le comodità. Osservava un giorno Maria Teresa De Magistris Filigheddu: un tempo nelle nostre case non avevamo bagni ed avevamo tante persone di servizio, adesso abbiamo tanti bagni e non abbiamo più persone di servizio…
Per fare il bagno, quando papà era ragazzino, dovevano scendere in cortile e nel locale tra il nostro muro di cinta ed il muro del museo c'era la camera da bagno. Nei vari gabinetti c'era "su pannu 'e strexi" una carta igienica di stoffa che naturalmente non veniva buttata nel water, ma, credo e spero, lavata e riciclata.
Poi nel bagno delle zie abbondavano gli " zappuleddus " usati come fossero spugne. Nel loro bagno troneggiava un semicupio. Peraltro le zie amavano l'ordine (Peppina :prezzisa!) e il borotalco e il sapone di Marsiglia.
La fede. Proprio come certezza delle cose sperate. Senza esibizioni, ma ferma, incrollabile.
Da zio Nazieddu (figlio di zia Maria di zio Peppineddu e di zio Peppineddu) che, alla morte della ventitreenne figlia Maria (sposata Chapelle, che lasciava marito e due bambini) diceva: sia fatta la volontà di Dio! A zio Gigi che alla morte dell'adorata figlia Manuela si è chiuso ogni giorno per mesi in camera verde, avvolto in un plaid, con il basco in testa, senza voler vedere nessuno, chiuso nel suo dolore e nella sua accettazione alla volontà di Dio.
La preghiera delle zie: mi seu sbarrara arresendi. (sbarrara- da barra: mascella) si smascellavano nella preghiera. Quando qualcuno di noi nipoti ne aveva bisogno, le preghiere delle zie erano sempre disponibili, richiestissime ed ascoltate.
Dimenticavo di ricordare la Messa e la Comunione quotidiana, è talmente scontato, come ricordare che ogni mattina si alzavano.
Le zie, per decenni hanno preparato i bambini alla prima Comunione, direi generazioni di cagliaritani, sia a casa che i " crociatini" nella Chiesa di San Michele.
Io ho il ricordo vago di tanti poveri nelle scale di casa il venerdì (prima della guerra) per avere l'elemosina, e a papà non piaceva che volessimo far chiudere il portone di casa, era chiudere la porta al povero. L'abbiamo fatto solo recentemente, dopo aver trovato nelle scale una siringa di un drogato.
La Patria. Ogni nostra famiglia aveva dato il suo contributo. Zio Nazieddu Sanjust (di zio Enrico e di zia Maria Amat) morto a trentasei anni, medaglia d'argento con una bellissima motivazione; zio Giovanni Amat (di zio Carletto e di zia Luisa Cartolari) morto a ventisei anni, bellissimo giovane, educato a Mondragone, "pigonosu" diceva di lui zia Paola, sua sorella, pigonosu = malinconico. Zio Edoardo De Magistris (di zio Casimiro) morto a quarantacinque anni. Papa e zio Gigi in guerra, tutti i cugini in guerra. E' passato alla storia "matildedda sci cosa!" Il terrore di zia Maria, (credo di zio Peppineddu) una sera che, all'uscita della funzione della Cattedrale zia Matilde le si era avvicinata e l'aveva salutata. Le era sembrato che l'avesse fatto in un modo diverso dal solito e terrorizzata, aveva i figli al fronte, aveva cominciato: Matildedda sci cosa…Ma, grazie a Dio, Matildedda quella volta non sapeva niente.
Sense of humor. Notevolissimo. Zia Mimia ne era la regina, piccole frasi lasciate cadere nel discorso- una per tutte: dopo una serie di morti improvvise nel circondario, seguite dal commento di chi si stupiva: "No poriri essi, d'appu biu ariseru allirgu e presciau" zia Mimia, con aria distratta: Po presceri, qandu mi bieis allirga e presciara zerriami su preri.
Papà: Una sera andiamo ad una festicciola familiare, vi sono tanti bambini di casa, alcuni di questi seduti in un sofà. Tra questi una, taciturna, piccola, innocua invitata, non omogenea al gruppo. Arrivano zio Piero Amat, sua moglie Peppolina e svariati loro figli. Di questi Giacomo, circa sei anni, è in crisi, non vuole unirsi agli altri bambini. Lo spingono a forza, lui dà un'occhiata, nota la piccola, taciturna, innocua invitata e, in tono inquisitorio, chiede: Chi è quella crastuletta? E Papà, a mezza voce: Beato te Pietro, chè né la carne , né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli". ( Ricordo ancora la risatona di Pepita)
Nanni ha continuato in quella tradizione, mentre zio Gigi e Vincenzo andavano più sul sarcastico.

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Dei figli di zio Enrico Sanjust e di zia Maria Amat non ho parlato. Pochi cenni perché hanno tanti figli e nipoti che ne conservano i nipoti ben più di me.

Enrico Sanjust e Maria Amat
MatildeMiti IgnazioNazieddu GiovanniGiuanniccu Efisio CaterinaTitina Annetta VincenzoCino Ottavia Peppina

Matilde, Miti, graziosa, brunetta, vivace, sposata con Paolo Cartolari. (Da anziana, accanita lettrice di libri gialli, per fioretto li leggeva una pagina sì e una no ). E' vissuta a Cagliari fino a che non si è rotto il fidanzamento di una figlia alcuni giorni prima del matrimonio ed allora si è trasferita a Verona con la famiglia. Sempre legatissima con la famiglia di nascita, i nipoti, figli di zio Efisio, se non erro, da lei a Verona, si sono sempre sentiti a casa loro.
Zia Titina, graziosa, tipo Quesada. Da ragazza, corteggiata da un giovanotto mentre passeggiava al Bastione, alla Mamma che le diceva: "Caterina no castis" lei rispondeva: "Mamma, no pozzu".
Zia Annettina, era intelligente, ma non l'aiutavano le lenti spessissime e la "marroppienzia". E' vissuta sempre all'ombra di Caterina
Ottavia e Peppina, sempre in coppia, in coppia con Palitta e Assunta Amat, Rita e Teresa Loy Donà.
Ottavia e Peppina sempre in coppia si sono fatte suore (Figlie della Carità). Quando le ho conosciute le ho sempre confuse tra loro. Ma mi pare che avessero caratteri molto diversi. Erano attaccatissime ai nipoti.
Zio Efisio, buono, bravo, "creposetto". Prima della guerra era a Cagliari "il" pediatra. Con zia Assunta formavano una coppia affiatatissima con un forte scambio intellettuale. Era un cristiano a tutto tondo.
A me diverte molto questo ricordo. Quando era sulla settantina ed era un po' "grai de origa" un giorno zia Assunta, dopo averlo chiamato inutilmente svariate volte, gli dice: "O surdera!.." e lui, vittima : " E immoi poita mi zerrias giudeu?"
Cino, noto Gangorra, gli mancava un esame alla laurea. Molto bruttino, adorato dagli amici, è sempre vissuto da figlio di famiglia. Mi sembra di averlo sempre conosciuto vecchio, in effetti era invecchiato precocemente.
Giuanniccu e Nazieddu. Sempre sentiti nominare in coppia. Invece dovevano essere molto diversi. Credo che Giuanniccu fosse tipo Cino. Di lui Zia Peppina "de cussus chi nanta scimprorius".
Nazieddu invece era bello (forse meno di quanto dicessero), distinto. Zia Peppina "un bel giovane, simpatico". Si era sposato con Rita Cao che, a detta di tutti, è morta di dolore pochi anni dopo il marito (solo cinque anni di matrimonio).
Caduto in guerra, Monte Zebio nel 1916,ha avuto la medaglia d'argento. La motivazione dice che, sotto il fuoco del nemico, aveva salvato la vita del suo comandante.
Ad ogni modo Giuanniccu e Nazieddu appartengono al mito.

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Non ho parlato di zio Carletto, fratello di nonno Vincenzo, e di Luisa Cartolari, sua moglie. D'altra parte hanno tanti nipoti che li ricordano molto meglio di me.
Per quel che so zio Carletto ha conosciuto Zia Luisa a Verona. Lui, piuttosto campagnolo, ignorantello (certa Carletto Sorso…) si innamora di questa diciottenne bella, colta, raffinata. Si sposano e vengono a vivere a Cagliari. Credo che presto siano sorte le incomprensioni. Zio Carletto, pare in seguito ad un colpo alla testa preso mentre a cavallo entrava nella scuderia, era diventato iracondo. Io, vista l'ereditarietà di questa sua iracondia, non ci credo. Penso piuttosto che la freddezza della moglie, della quale lui era innamorato, l'abbia inasprito. Peraltro i nipoti, figli di zio Toniolo, l'hanno amato e l'amano moltissimo.
Zia Luisa si è chiusa in se stessa. "Bella, molto simpatica, sulle sue ma senza dare nell'occhio" (diceva zia Peppina).Ha educato i figli alla continentale.
Zia Mina, una deliziosa ragazza che usciva sempre con un fazzolettino ricamato (Paolina Canepa Sirchia mi aveva detto che lei cercava sempre di incontrarla per strada perché vederla era estremamente gradevole) sposerà Batta Cartolari entrando nel mito della raffinatezza.
I ragazzi: Giovanni, che morirà in guerra, e Toniolo studieranno a Mondragone. Ignazio, ritardato mentale, sarà messo in un istituto in Lombardia, dove vivrà e morirà a più di settanta anni.
Zio Peppi, morirà scapolo a quarantaquattro anni a Brescia (lo stesso giorno, mese ed anno in cui moriva la nipote ventenne Maria Sanjust, di Assunta ed Efisio a Nuoro ), molto sportivo.
Zio Mondino, gesuita, morirà a trentasette anni, missionario in Cina. E' sempre stato considerato un angelo per la sua bontà, il suo senso del dovere ed il suo spirito di sacrificio.
Zio Piero, il più piccolo, il cocco della mamma.
Zia Assunta, moglie di zio Efisio Sanjust, della quale ho già parlato.
Zia Paolo, con la sorella Assunta, frequentavano i cugini (tutti ottimi partiti), andavano spesso a Laconi dove si ritrovavano tutti.
Zia Paola…ogni giorno della mia vita sono andata a casa sua (pare che prima della guerra Mamma avesse tentato di non farmi andare dicendomi: "Quando sarò morta ti pentirai di non essere rimasta con me." Ed io, a sette anni, cinica: "Dici sempre che muori e non muori mai…") Le ho sempre voluto un enorme bene. Era di una semplicità disarmante. Con la superbia dell'umiltà, come dicevano i figli. Da ragazza c'era stato un pensierino, credo reciproco, per Licone (Emanuele) Aymerich, ma il matrimonio era stato con zio Gigi. Lui molto innamorato (i figli lo avevano sbeffeggiato quando avevano trovato una lettera con tante sue semplicissime frasi d'amore per lei
"Deu, frida…"Esibiva la sua freddezza, ma non si capisce perché, tutto sommato era una passionale negli slanci. Le piaceva l'evangelizzazione, era una grande ammiratrice di San Paolo. Tornando dalla Messa, ogni mattina si fermava a parlare con tutte le donnette, ma accusava il colpo se la chiamavano donna Paola invece che "sa marchesa". A casa metteva alla Radio il concerto della Martini e Rossi e rammendava calze. Credo che come donna di casa il rammendare calze fosse l'unica cosa che sapesse fare, ma non credo lo sapesse fare bene, lo faceva e basta. Leggeva volentieri. "Sbruncava" i figli, ma si divertiva a sentirli parlare e discutere. Vincenzo era l'unigenito (a detta dei fratelli), poi un debole per Bibi, che le dava sicurezza, per Manuela una adorazione rispettosa.
Una volta che alla Posta le avevano chiesto i documenti, non li aveva e l'incauta "postera " le aveva detto " Se non è conosciuta…" e lei.:" Non sono conosciuta io? Lei, non è conosciuta! Io ci sono da cinquecento anni…"
Una volta era venuto qualcuno per un censimento e le aveva chiesto quale titolo di studio avesse. Non avendone, zia Paola, uno ufficiale, aveva scritto nel modulo: analfabeta. Si era infuriata ed aveva esibito la sua cultura.
Estremamente umana, nei periodi di " scampirratura " di Vincenzo, diceva : non ho voglia di fare la santa Monica" e da anziana "non ho voglia di vivere, ma non ho voglia di morire…"
Di zia Paola potrei scrivere per ore, ma vi faccio grazia…

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Ho finito!
Perché ho scritto questi miei ricordi? Perché questi nostri cari vengano meglio ricordati e li ho descritti in modo così semplice e nella loro quotidianità sia per i miei limiti personali sia perché loro mi hanno insegnato che il valore e lo spessore di una persona si misura dentro casa e nella vita di ogni giorno.

Cagliari, 24 aprile 1994.