Ricordi di famiglia
di Maria Giovanna Amat Aymerich
In casa Amat si cenava alle otto-otto e trenta ed ogni
sera arrivavano zio Casimiro De Magistris e zia Peppina Sanjust De Magistris.
Entravano in camera grande dalla porticina, quella verso la camera buia, zio
Casimiro diceva uno "spiritino" ogni sera e "ogni sera",
nonna Ottavia si "indigestionava". I De Magistris cenavano alle sette,
ed avevano un cuoco francese e, per questo, erano un po' invidiati. I bambini
Amat poi andavano a letto e, astuti, d'inverno aprivano le porte a turno per
non toccare le maniglie fredde. Il primo, che avanzava verso le camere buie,
per non sbattere la faccia, la proteggeva col braccio sinistro sollevato e la
mano all'altezza del viso, la destra a difendere la pancia. Quando era stata
messa l'illuminazione a gas (nel 1912 una delibera della Giunta Comunale progetta
l'illuminazione elettrica nelle vie principali del quartiere Castello) i bambini,
la domenica, si sedevano nell'ingresso per godere della nuova bella luce e vedere
chi veniva in casa.
La sera, andate via le visite, nonno e nonna (Vincenzo e Ottavia) passeggiavano
per camera grande e dicevano il rosario insieme. Non mi risulta che lo dicessero
anche con i bambini- forse solo i più grandi si univano a loro.
Di nonno Vincenzo ci pare di non sapere molto. I figli, le zie e papà,
con zio Gigi non ne ho mai parlato, ne parlavano con grandissimo affetto. Suonava
il piano, non spesso e quando lo suonava era una festa "vibrava tutto"
(il piano). Fumava Macedonia e quando suonava appoggiava la sigaretta in modo
che la cenere cadesse tra i tasti e infatti quando, dopo la guerra 40-43, è
stato fatto accordare il piano c'era ancora dentro la cenere delle sue sigarette.
Era "un signorone", dicevano le zie con devota ammirazione, papà
pensava che la sua grande tristezza, nelle foto è sempre molto serio,
fosse dovuta alle vicende della vita. In effetti non ha avuto una vita felice
e le limitazioni che secondo gli altri (il fratello Carletto e i nipoti) imponeva
alle figlie, per loro erano amorose premure. Andavano a passeggio in fila, a
due a due e don Contini. Secondo le zie era logico, erano tanti
Cecilia
andava con Mimia, Matilde e Bonaria, Peppina e Annetta, Luigi e Chicco. Al ritorno
Nonno non voleva che bevessero acqua a volontà, poteva far male. Molto
apprensivo, ma quante ne aveva passate
In effetti basta fare un po' di
conti. Nato nel 1852, nel 1864 gli muore la mamma, quando ha 15 anni muore la
sua sorella Emanuela maggiore di due anni, quindi diciassettenne. Nel 1872 (quando
Nonno ha 20 anni) muore l'altra sorella maggiore Adelaide, che ha 23 anni. Adelaide
nelle foto è una bella ragazza bruna, tipo Quesada. Alcune foto sono
fatte a Verona, da Lotze, con le cugine Sanjust e zia Emanuela Sanjust Cartolari,
quindi Adelaide aveva viaggiato, è morta probabilmente di malattia con
un decorso breve. Queste due morti (delle sorelle dico) devono essere stati
brutti colpi. Nel 1876 Nonno sposa la cugina Catterina Sanjust, carina, dolce
e nel 1879 muore bisnonno Giovanni. Quindi lui, a ventisette anni, eredita oltre
tutto (titoli e proprietà) anche zio Carletto.
| Giovanni Amat (nato nel 1823
e morto nel 1879) Sposa nel 1847 Matilde Quesada di San Sebastiano |
||||
| Adelaide Nata nel 1849 e morta nel 1872 |
Emanuela Nata nel 1850 e morta nel 1867 |
Vincenzo Nato nel 1852 Sposa: 1) Catterina Sanjust 2) Ottavia Sanjust |
Maria Nata nel 1857 sposa nel 1877 Enrico Sanjust |
Carlo Nato nel 1860 sposa Luisa Cartolari Sanjust |
Zia Maria si era sposata a 20 anni (nel 1877) con zio Enrico Sanjust. Non ho mai sentito di grande matrimonio d'amore tra zio Enrico e zia Maria. Lui, nato a Genova, cresciuto in continente, con padre ufficiale di carriera, colto, con moltissimi interessi e con sorelle (quasi tutte) dalla fortissima personalità. Forse, sposando zia Maria si era soprattutto sistemato, non foss'altro con la casa portata in dote da lei. Zia Maria (secondo zia Peppina Amat ) "ge fiara pagu Amat! S'essenzia de is Amat" e secondo zia Assunta Amat Sanjust, sua nuora (e questo parere cerco di non farlo sembrare conseguente al primo) "ignorantissima e tontixedda". Ignorantissima è probabile (del resto per il fratello Carletto non era stato scritto da Tatano Ballero "Certa Carletto Sorso cun sa penna de scriri e c'è Pineddu Nieddu chi si poniri a riri ?) ma come tontixedda ha saputo fare benissimo i suoi affari economici e con buon gusto e buon fiuto aveva una bellissima collezione di argenti e di monete. In effetti zio Enrico aveva particolare affetto per la sorella Ottavia che è vissuta con loro finché non si è sposata (nel 1894) e la convivenza fra le due cognate non era divertente (secondo zia Assunta.). L'affinità intellettuale tra i due fratelli era fortissima; ci sono "leçons de Poesie" di zio Enrico a nonna Ottavia ragazzina (nel 1876 da Cagliari presumo a Milano ) dove lui spiega " al mio caro Menego, Meneguzzo o Meneghino" come scrivere poesie e giù grandi spiegazioni di metrica, parla di anagrammi risolti da lei, cita opere liriche e letterarie, tutto stupefacente se si pensa che nonna aveva 12 anni e le accenna al suo esordio avvocatesco avvenuto proprio il giorno onomastico di nonna. La differenza di età (Enrico nato nel 46 e Ottavia nel 64, diciotto anni quindi) rende comprensibile questa tenerezza, e nonna direi che la ricambiasse dando il nome di Enrico al suo unico figlio maschio e facendoglielo tenere a battesimo (come regalo al figlioccio c'è un quadretto in legno raffigurante un angelo). Maria Amicarelli Sanjust ricorda che quando nonna Ottavia, dopo la vedovanza, andava a casa loro dopo pranzo, zio Enrico se la faceva sedere vicino e chiacchieravano, chiacchieravano, penso che zia Maria abbozzasse
| Ignazio Sanjust sp. Caterina Amat | |||||||
| Peppina (n. 1845) sposa Casimiro De Magistris |
Enrico (n. 1846) sposa Maria Amat |
Emanuella (n. 1849) sposa Tonio Cartolari |
Catterina (n. 1852) sposa Vincenzo Amat |
Vincenzo (n. 1854) sposa Cicita Tola |
Maria (n. 1858) sposa Peppineddu Sanjust |
Annetta (n. 1862) sposa Pietro Aymerich |
Ottavia (n. 1864) sposa Vincenzo Amat |
Non è possibile parlare di casa senza parlare dei
Sanjust. Siamo stati sempre così strettamente legati che quando qualcuno
per sbaglio ci attribuiva il cognome Sanjust, regolarmente io rispondevo: sono
Amat, ma è lo stesso (e capitava spesso, ed io rispondevo così
perfettamente convinta).
Delle prozie Sanjust ho diversi flash.
Prima considerazione: tra la prima figlia, zia Peppina, e l'ultima, nonna Ottavia,
passano 19 anni e sia la prima che l'ultima sposano un vedovo: zia Peppina,
a 40 anni sposa zio Casimiro De Magistris, vedovo con quattro figli.(di lui
zia Peppina Amat: ziu Casimiro unu tipu a sé, simpatico mera mera). Nonna
Ottavia a 29 anni sposa un vedovo (nonno Vincenzo Amat) con nove figli viventi
(era morto zio Giovanni a 16 anni); le altre ragazze si sposano intorno ai 20
anni.
Zia Emanuela molto bella, molto distinta, sposando zio Tonio Cartolari entra
nel mito. "Con su sorrisettu Cartolari comenti Luisa (la figlia)"
a detta di zia Peppina Amat. Penso che dal mito Cartolari "signoroni, distintissimi"
sia venuto il "furisterone" che detto da zia Paola Amat significava
il compendio di tutte le qualità estetiche, e, sempre in base a quel
mito, i figli di zia Paola, per prenderla affettuosamente in giro, quando qualcuno
nominava un Cartolari, a turno, si alzavano in piedi per qualche secondo in
segno di deferenza.
Quest'aura di superiorità distaccata verrà poi confermata dalla
bellezza colta e fredda di zia Luisa Cartolari, sua figlia, che nel 1890 sposa
zio Carletto ("Luisa bella, molto simpatica, sulle sue, ma senza dare nell'occhio"
a detta di zia Peppina Amat), da zio Paolo Cartolari, suo fratello, che sposerà
nel 1900 zia Miti (Matilde Sanjust, figlia di zio Enrico), da zio Batta Cartolari
(altro fratello) che nel 1912 sposerà la figlia di Luisa, Mina (Emanuela).
Se a questo si aggiungono i diminutivi: Ghighin, Bannè, i nomi: Alvise,
Chiarastella, la tenuta di "Cancello" (mitica), le bambolone di porcellana
che zia Mina mandava alla figlioccia Manuela, qui a Cagliari, c'era di che far
percepire i Cartolari e tutto quello che li riguardava come qualcosa di speciale.
Di zia Emanuella Sanjust sposata Cartolari non so altro. Aveva conosciuto zio
Tonio quando lui era ufficiale a Cagliari (notizia di Maria Cristina Amat Sequi,
secondo la nipote Antonia Cartolari Scapini, Ignazio Sanjust con l'unione del
Veneto al Regno di Sardegna, fu nominato comandante della Piazza di Verona e
li si stabili con la famiglia. Antonio Maria Cartolari conobbe cosi Emanuela,
bellissima, ne fu affascinato, e nel 1869 la sposò). Ci sono foto con
sorelle e cugine fatte a Verona, quindi andavano a trovarla e da questo sono
nati evidentemente gli altri idilli.
Lei bella, distaccata, elegante. Durante la Grande Guerra, Papà che prestava
servizio in zona di guerra ogni volta che poteva andava a trovarla e, da quello
che scriveva a nonna, si capisce che li si sentiva a casa sua. C'è poi
una lettera dolente di zia Manuela a Papà in occasione della morte di
nonna nella quale lei parla con commozione della sorella amata e prevedendo
la sua prossima fine gli manda alcuni ricordi di nonna.
Zia Peppina Sanjust De Magistris penso fosse un po' scenosa, in una sua foto
da anziana ha un viso "intenso e drammatico" come si direbbe adesso
e uno pensa: come doveva essere bella! Invece bella non doveva esserlo, penso
che non l'aiutassero gli occhi. La bocca si, larga, interessante, tutto sommato
un viso con personalità, e infatti credo che la personalità non
le facesse difetto.
Zia Peppina Amat (mia referente privilegiata quando mi sono accorta che, nella
moria generazionale, stavo rimanendo sola con Cina a fare la vestale) di lei
dice: "po nosu simpatica, si boliara una cosa battia, battia
"e
per zia Assunta Amat "no du mandara a nai, su chi boliara, boliara,
un
caratterino
un gran trasporto per quelli di zio Peppineddu
"
Noterei due cose: il "po nosu, simpatica" di zia Peppina mi ricorda
che in effetti zio Luigino De Magistris per dissapori con lei (sua matrigna)
era andato a Milano, scegliendo la libertà. Ed il gran trasporto per
"quelli di zio Peppineddu" è logico, erano figli di una sorella
e quindi godevano di una corsia affettiva particolare rispetto ai figli della
nipote Cartolari.
Di zia Peppina De Magistris oltre alle grandi attività parrocchiali:
lavori per le Chiese povere, Protezione della Giovane, Conferenza Vincenziana
(era stata insignita della "Pro ecclesia et Pontifice) in casa si ricorda
: (ad una donna di servizio) "su pruini è fattu po intrai e tui
ses fatta po limpiai (!!!) e sul letto di morte : Po prexeri, arregordai a Matildedda
chi si boghiri gussa cappellina. (Si riferiva al cappellino che portava sempre
zia Matilde Amat, nero o blu' scuro modello "bassinetto " da marinaio
americano ma, evidentemente, quell'ultima volontà non venne eseguita
subito perché "cussa cappellina " la ricordo anch'io, anche
se vagamente).
Di Catterina ricordiamo poco. Quando è morta, di febbre puerperale 13
giorni dopo la nascita di Adelaide, i figli erano tutti piccoli. La più
grande, Caterina, aveva 14 anni, e zia Caterina morirà poi nel 1907 a
ventinove anni di anoressia credo, perché Papà diceva che per
dieci anni non aveva più mangiato ed era un supplizio vederla farsi portare
a tavola un brodino sgrassato e sgrassato. E Papà ricordava la desolazione
dei suoi genitori nel vedere questo lento suicidio senza poter fare niente (da
qui il terrore di papà ad ogni mio tentativo di cura dimagrante nei momenti
di mia
maggiore floridezza). Col senno del poi è facile pensare
che zia Caterina abbia reagito così alla morte della madre, nello stesso
anno dell'adolescente fratello Giovanni (16 anni), al nuovo matrimonio, dopo
due anni, di nonno con la zia Ottavia, le nascite di tre nuovi fratellini e
le morti di Adelaide, Manuela e Rosa. Chi poteva avere tempo per i suoi problemi?
Di nonna Catterina ho il braccialetto di onice che nonno Vincenzo le aveva regalato
per il fidanzamento (a me lo ha regalato un giorno zia Peppina che lo aveva
ritrovato mettendo in ordine i suoi cassetti), un braccialetto semplice, 10
pietre distanziate, un cuoricino come pendaglio e un altro cuoricino come chiusura,
e poi ho un libretto di preghiere (copertina in velluto rosso con al centro
il volto del Cristo incoronato di spine) che aveva regalato il 7-1-1872 "alla
mia cara Ottavina per la sua cresima" (nonna Caterina , l'abbiamo sempre
chiamata nonna, era la madrina della sorellina-12 anni di differenza). Zio Gigi
(è stata la prima e preferita nipote Cina a chiamarlo così mentre
tutti gli altri lo chiamavano: Luisu) che ha amato moltissimo nonna Ottavia
"mammajò", nel comò della sua camera da letto aveva
in un porta fotografia "stantisso" le foto di nonno e di nonna Catterina.
Catterina sposatasi a 20 anni, morta a 40 (li avrebbe compiuti il giorno dopo)
ha messo al mondo 11 figli. Oltre che mandare avanti la casa non ha avuto il
tempo materiale, né prima né dopo il matrimonio, di mettersi in
luce. Disegnava bene, ho il ritratto di nonna Ottavia bambina e un disegno a
matita di bisnonno Ignazio a cavallo. Anche lei aveva fatto il suo viaggetto
a Verona (ci sono le foto), anche lei (sempre lo dicono le foto di grandi gruppi
di parenti o di sorelle e cugini) prendeva parte a quella vita sociale di gruppo
che praticavano in casa.
Ricordo che una volta Vincenzo (mio cugino) commentava una lettera scritta a
lui da zia Mina in occasione della morte di qualcuno di casa - non ricordo di
chi, ma eravamo già abbastanza decimati- e in questa lettera zia Mina
ricordava la nonna Catterina che andava ogni mattina presto alla Messa in Cattedrale
e, al ritorno, passava dai poveri, portava a casa i bambini più macilenti
per nutrirli. Vincenzo aveva i suoi dubbi sull'autenticità dei fatti
non foss'altro per questioni di date e attribuiva questi ricordi a romantici
"scimmingi" di zia Mina, ma tant'è
Zia Maria Sanjust- se uno dice: zia Maria, il nome è incompleto- il nome
vero è zia Maria de ziu Peppineddu (credo che anche in Curia sia registrata
così
).
Il ricordo di questa coppia è un ricordo che invita al sorriso. Secondo
zia Peppina Amat (mio punto di riferimento, anche perché i suoi pareri
avevano l'avallo di zia Matilde e come tutto quello che le zie dicevano era
il risultato di impressioni, pareri, riflessioni, approfondimenti, studi di
caratteri fatto lungo i decenni e quindi rielaborati da loro nel loro continuo
parlottare) dunque, secondo zia Peppina: zia Maria, simpatica, una stroloca,
"Qandu una cosa no di andara du narara a forti. Ziu Peppineddu: simpaticoni,
strolocu, du lassanta a nai poita no si importara nudda. No fianta strolochenzia
de fai feli" e zia Assunta trovava: zia Maria molto fredda e ziu Peppineddu
molto simpatico.
Per certo in casa loro Papà da giovanotto ha trascorso le serate più
gradevoli. Amicone del figlio minore Chicco (erano i tre Chicco: Amat, Sanjust,
Aymerich) suo coetaneo, andava a casa loro ogni sera. Anna (che poi sposerà
Memo Loy Donà, sono i genitori di Nanni Loy) e\o Lelledda (che sposerà
Edoardo Musso De Magistris, "antipattico" secondo zia Peppina A.)
suonavano il piano e Papà fischiettava, così imparavano a memoria
tutte le opere. Erano il suo punto di riferimento in effetti più che
i figli di zio Enrico che abitavano di fronte- forse proprio per la faccenda
delle madri sorelle. Ed in casa di zio Peppineddu con tutto quello " strolochimini",
con zia Maria che scriveva, aveva scritto anche la trama per un film (
.tutta
quella prosopopea di Nanni Loi
) con le ragazze che suonavano e i ragazzi
che facevano i duetti doveva essere gradevolissimo andare.
Zia Annetta Sanjust sposa a 19 anni zio Pietro Aymerich. Non hanno figli, di
lei dice zia Peppina Amat: "ja pigau de domu 'e Laconi" penso la riservatezza
e il mutismo in confronto alla estroversità delle Sanjust. Di zio Piriccu
(Pietro): "si arrosciara cun sa genti arroscioriosa e du narara".
Zia Annetta voleva molto bene a Papà , lui riteneva di essere il prediletto
e gli ha lasciato un tavolino rettangolare con un cassetto, classico ottocento,
che si trovava in tutte le case delle sorelle Sanjust (penso che bisnonno Ignazio
ne avesse comprato uno stock) e un doppio decimetro in legno con scritto "Annetta"
Adesso parlo dei due fratelli : Enrico e Vincenzino.
Di zio Enrico ho già detto e dovrei aggiungere, ma è molto difficile.
In casa è un mito. Grande avvocato, negli ultimi anni con la barba bianca
e la grande retorica, la forte caratterizzazione morale, era il cattolicesimo
cagliaritano (creato conte da S.S. Leone XIII), critico musicale, coltissimo,
è irriguardoso vederlo dentro casa. Proviamo. Soffriva di entusiasmi,
dopo il teatro andava, come critico a parlare con gli artisti e si entusiasmava,
quando c'era da entusiasmarsi. Ho sempre sentito dire che in casa di zio Enrico
facevano: Salve, salve. Non capivo da ragazzina, ma significava questo: quando
qualcuno dei figli, direi Giuanniccu e Cino giocavano a carte e perdevano, in
casa se ne parlava, ma, quando il giorno dopo loro apparivano, facevano finta
di niente e salutavano dicendo: Salve! Zio Enrico (invece di dire la sua) rispondeva:
Salve! Paura di affrontare situazioni difficili o saggezza e lungimiranza? In
casa Amat questo dubbio creava perplessità.
Zio Vincenzino Sanjust, nato nel 1854, sposa a 35 anni Francesca Tola Aymerich-
zia Cicitta. Lui ufficiale di cavalleria "simpaticone, tottu Sanjust"
secondo zia Peppina, "simpatico" secondo zia Assunta (che essendo
più giovane di 40 anni l'ha conosciuto in un'altra dimensione) dipingeva
bene, sono suoi i graziosissimi ritratti delle sorelle che prendono il thè
o davanti al cavalletto.
Zia Cicita- bella e simpatica- "bellixedda de facci" (secondo zia
Peppina), "noi bambini le volevamo molto bene" (secondo zia Assunta
Amat). Era nata postuma, aveva sposato a 18 anni Francesco Asquer di Flumini
che era morto un anno dopo (nel 1879), dopo undici anni aveva sposato zio Vincenzino.
Nelle foto è dolce e materna (anche se figli non ne ha avuto). E' morta
a Padova nel 1910 a 50 anni, lì aveva una sorella sposata Flores d' Arcais
e zio Vincenzino è morto nel 1933, anche lui a Padova, dai cognati d'Arcais
dove era andato a vivere. Ricorda Maria Amicarelli Sanjust che con sua madre,
zia Titina, quando andavano in montagna passavano sempre a trovarlo; ed anche
Papà dalle d'Arcais a Padova andava sempre durante la Grande Guerra.
Parlare di nonna Ottavia Sanjust mi è difficile. Intelligente, colta
(quando i figli sono partiti per la guerra ha fatto il fioretto di non leggere
perché tornassero sani e salvi, e per tre anni non ha letto, era il sacrificio
più grosso che potesse fare e papà ne valutava tutta la portata).
Ha allevato i bambini della sorella Catterina, ed erano tanti!
Aveva sposato il cognato vedovo Vincenzo con qualche esitazione e timore, per
zia Peppina e zio Gigi è stata l'unica mamma. Il comico era che zia Paola
(moglie di zio Gigi) una volta mi ha detto: "Luisu dice che zia Ottavia
gli ha voluto bene come a Chiccu. No boli cumprendi chi no poriri essi. Issu
narara aicci e no arrennesciu a du convinci" Roba da matti!!! Nonno ostacolava
il matrimonio di zia Cecilia. Ma appena Nonno muore (nel 1912) zia Cecilia si
sposa e sarà un matrimonio felicissimo anche se breve. (in casa si sposerà
anche zia Isabella Delitala, sorella di zio Fernando- marito di Cecilia- nel
gennaio del 1915 con Nazieddu Sanjust) evidentemente non avevano più
i genitori e la casa di Nonna era aperta a loro come fossero figli.
Le bambine Amat (di Vincenzo e Catterina Sanjust) prendevano lezione di musica:
Matilde il mandolino, Mimia la chitarra, ma per quel che so con scarsi risultati.
Con la morte di Nonno, appendicite perforante, credo che non abbiano avuto un
grande cambiamento e Nonna non ha dovuto affrontare da sola la morte di qualche
figlio.
Zio Giovanni era morto lo stesso anno della mamma Catterina. Aveva 16 anni,
grandi occhi chiari. A Pirri era caduto da un carro che gli aveva fratturato
la gamba. Non so bene come sia successo, il fatto è che è morto
di cancrena.
Zia Caterina era morta nel 1907 di anoressia, poi le due bambine, Manuela e
Rosa, di nemmeno un anno. Poi si è fermata la serie dei lutti fino al
1932 con Zia Bonaria. Quindi Nonno ha sofferto per tutte queste morti, ed anche
Nonna Ottavia, ma almeno erano insieme.
| Vincenzo Amat sp. Catterina Sanjust | ||||||||||
| Giovanni 1876 1892 |
Caterina 1878 1907 |
Matilde 1879 1987 |
Bonaria 1880 1932 |
Cecilia 1880 1932 |
Mimia 1884 1975 |
Ignazio 1885 1886 |
Annetta 1886 1950 |
Peppina 1888 1988 |
Luigi 1890 1966 |
Adelaide 1892 1903 |
| Vincenzo Amat sp. Ottavia Sanjust | ||
| Enrico 1895 1977 |
Emanuela 1896 1897 |
Rosa 1897 1898 |
A casa veniva l'insegnante, mi pare Maestro Pisano. Mano a mano che diventavano
grandi, le ragazze dirigevano la casa, una settimana a ciascuno, a turno. Persone
di servizio ce n'erano in quantità, ma non ho mai sentito parlare di
nessuna in particolare. Solo di Giuseppe, il cameriere, perché suo figlio
aveva rubato la collezione di monete che Nonna preparava per zio Gigi e Papà
(doppia, quindi). Nonno però non aveva mandato via Giuseppe, mischinu!
E dopo un po' il figlio di Giuseppe ha rubato un'altra volta, rifinendo quel
che aveva lasciato incompiuto la prima volta. E allora, finalmente, hanno mandato
via Giuseppe. Dalla campagna arrivava ogni ben di Dio, per contorno venivano
preparate dodici dozzine di carciofi, ma nonostante questo si spendevano dieci
lire al giorno, e Nonno diceva" se continuiamo di questo passo andremo
in rovina".
Andavano in campagna a Pirri per almeno quattro mesi (da maggio a settembre)
e il sindaco andava ad aspettare l'arrivo di Nonno in piazza (la banda no).
Per il viaggio Nonno si metteva davanti alla carrozza per paura che i cavalli
si imbizzarrissero. Dopo che una volta era successo qualcosa, invece dei cavalli
usavano i buoi.( in città come gita dal mattino alla sera andavano dove
è adesso via Oslavia). A Pirri, giardino fiorito davanti alla casa e
orto dietro, la domenica andavano torme di cugini (non per niente il "
servizio blu" che usavano era di dodici dozzine, ed ora ne sono rimaste
solo quattro). Ed era per questi trasferimenti a Pirri che Nonno aveva chiesto
all'Arcivescovo il Cappellano. I Sacerdoti abbondavano ed erano molto poveri
ed allora Don Contini da cappellano per l'estate era diventato definitivo. Viveva
in casa, nella camera che poi è diventata quella di zio Gigi e zia Paola,
col bagno attiguo e la finestra sul cortile e vista stupenda, mangiava in camera
sua. Per la sua festa andavano a trovarlo tutti i suoi amici sacerdoti e si
fermavano, perché erano tanti, nel grande ingresso illuminato con la
luce a gas ed i bambini in estasi per quel ricevimento(bisogna ricordare che
il vero ingresso cominciava dove adesso è il pianerottolo; c'è
ancora, infatti, il segno della porta alla fine degli scalini dell'ultima rampa).
Quando è morto Nonno, nello sgomento i figli avevano nonna Ottavia a
cui affidarsi. Ma quando è morta Nonna (nel 1925-il medico era dott.
Zanda, nonno di Ginetto Pietrangeli, bisnonno di Michele), anche lei nei giorni
della festa della Madonna di Bonaria. Ha avuto una broncopolmonite
(la mattina la febbre era a 39, la sera a 35, erano tutti contenti perché
era sfebbrata, ma ha avuto un collasso e si è spenta) le zie erano completamente
"partite" infatti ricordavano sempre con riconoscenza che la mamma
di Peppino Pilo- nonna di Carlo- che abitava al primo piano, aveva provveduto
a mandare il mangiare per tutti.
Nonna non era bella, anzi zia Paola diceva "unu mostru, tui prezisa"
(fine per me di ogni illusione
), ma io avevo chiesto a nonna Giovanna
Villa Santa (senza dirle niente, ma speranzosa
) e nonna che l'aveva conosciuta
(non da consuocera, naturalmente, in quanto Papà e Mamma si sono sposati
nel 30 e conosciuti nel 29) mi aveva detto: una bella signora, molto distinta.
Alle zie era inutile chiedere, la vedevano con occhi estatici- sebbene zia Matilde,
come forma di boicotaggio, per anni si facesse portare a tavola l'uovo fritto
in uno "fuiottu" (padellina) e a Nonna dava un fastidio terribile,
ma Matildedda era irremovibile. Nonna aveva un gran buon gusto, lo si vede dai
mobili che ha sempre comprato, dalle letture e dalla impostazione mentale di
alto livello che si coglie nelle sue lettere. (Durante la guerra 1915-1918 ha
scritto una lettera al giorno a ciascuno dei due figli, e loro le scrivevano
almeno una cartolina- sempre che possibile- perciò la corrispondenza
tra nonna e papà fa capire molto del loro carattere). Nonna parla di
tutto, ma mai un pettegolezzo, una malignità o una cattiveria, eppure
le lettere sono centinaia; anche le lettere delle zie, a turno scrivevano anche
loro, sono prive di "crastulimini" (ta lastima!) Era proprio l'impostazione
culturale. In una lettera di zia Peppina c'era scritto che la ragazza di zio
Toniolo sembrava si fosse un po'
distratta (a scanso di equivoci era Anna
Villahermosa). Finalmente un pettegolezzo!! Quando gliel'ho detto ha fatto una
faccia inorridita: oh, fuliancedda, ta bregungia, appu scrittu deaicci?.
In casa Nonna era chiamata Mammajo (chissà chi gliel'aveva messo), Papà
invece la chiamava mammaele, davano del lei. Nelle sue lettere si interessava
di tutto, ogni tanto chiedeva a papà se era andato alla Messa, come si
regolava con i Sacramenti, e papà a volte la precedeva nelle informazioni,
con un tono leggermente divertito e rassicurante (d'altra parte papà
dal 1915 alla fine della sua vita -nel 1977- ha recitato "sempre"
tre rosari al giorno- in casa passeggiando nell'andito- lo prendevo in giro
perché, più avanti negli anni, li diceva magari per strada e chi
lo vedeva muovere le labbra senza parlare, chissà cosa pensava
a
un vecchio pazzo
)
Una volta Nonna era da Palladino- gioielliere- seduta e omaggiata. Il capocommesso
aveva l'unghia del mignolo molto lunga, per
raffinatezza. Nonna è
dovuta uscire in tutta fretta, in preda a conati di vomito.
Le zie sono state allevate in estrema semplicità, ma in un'estrema raffinatezza,
di questa raffinatezza non se ne devono essere mai rese conto. I mobili, per
esempio, tutti particolarmente belli e fanno sembrare cianfrusaglie tutto quello
che si vede in giro, le porcellane, i bicchieri, l'argenteria, la biancheria.
Tutto quello che è di casa ha educato l'occhio, perciò pur non
avendo una preparazione specifica il buon gusto c'era, eccome! E le zie che
sono cresciute in gruppo, legatissime ad altri gruppi (i cugini) dello stesso
livello si sono sempre avvicinate agli altri con molto interesse e curiosità,
senza critiche, come ci si può avvicinare ad un'etnia diversa, che si
vuol conoscere, senza criticarla ma senza imitarla né sentire alcun complesso
sia di superiorità che di inferiorità. Infatti non hanno mai usato
l'odiosa frase "is de nosu", mai le ho sentite a disagio di fronte
ad altri, nemmeno quando indossavano capi di vestiario regalati da altri.
Lo sdegno era espresso dalle vocali allungate o dalle consonanti raddoppiate
o triplicate: ta sciiimpra! Mi seu indignaara! Ta ridiccula!
L'entusiasmo da poche parole: fammosa! Ta perla! Ta giooia! Ta curiossa! Una
signorona!
Si interessavano sempre a tutto e ne coglievano il lato positivo. Eppure con
l'educazione e le frequentazioni che avevano avuto certi cambiamenti della loro
vita avrebbero dovuto dare i brividi.
I caratteri erano diversissimi: Matilde e Bonaria. Zia Matilde l'igienista,
sapeva fare le iniezioni e ci torturava facendocele...sdraiati sul sofà
(adesso ce l'ha Paola Villa Santa), il pizzicotto nel sedere, in basso, l'attesa
e..zac!
Matildedda
fammosa!
Ma era "fammosa" anche zia Bonaria, amica di medici, andava negli
ospedali e, malata di tubercolosi, poco prima di morire, in camera sua (la famosa
camera che prima era stata di Don Contini) offriva dolcetti a mamma che aspettava
il primo figlio.
Cecilia e Mimia. Amore e odio. Non potevano star lontane, ma insieme litigavano.
Cecilia, bellissimi occhi celesti, allungati, bella, sposata, non colta. Mimia,
insignificante, brufoli a non finire "sei come me, avevo le cccroste in
faccia! (che consolazione!) e le sarebbe piaciuto sposarsi. Un gusto squisito
per i colori nei ricami dei paramenti sacri, studiava i libroni sulla Cappella
Sistina e prendeva appunti di teologia. Zia Peppina, quando era rimasta sola,
la ricordava con rimpianto.
Peppina, Pippocca nota Pispanta. Quando Papà era ragazzo aveva cominciato
a preparargli una tovaglia da 24, con applicazioni di pizzo eccezionale, copiata
da una cartolina "Salon de Paris" di cui facevano collezione. E' morta
dopo circa sessanta anni senza aver fatto in tempo a finirla.
Zia Annetta era, come è brutto scriverlo, ritardata mentalmente e gobbetta,
con gli occhi celesti, buona, un tesoro, con le sue camicette con il colletto
come una mantellina col bordino plissettato (blu a pois bianchi o marroncino,
sempre a pois). Non è mai riuscita a finire di leggere" La locanda
dell'Angelo Custode" ed "Ernestino e il suo nonno" libri base
per una buona educazione (noi nipoti le levavamo il segno e lei ricominciava
da capo). Accompagnata da " signorina"( la signorina Deplano) usciva,
andava in chiesa, a passeggio e mi pare che una volta l'avesse portata fino
a Pirri, con sgomento delle sorelle. Zia Annetta "spiccia, spiccia"
con la sua "r "moscia
quanta compagnia ci ha tenuto quando,
bambini, eravamo malati e stava immobile ai piedi del nostro letto, seduta lì
per ore, nella speranza che avessimo bisogno di qualche cosa
E il suo rosario?
Anche quando lo recitava da sola diceva sempre la metà dell'Ave e del
Pater, quella metà che le sarebbe spettata se lo avesse recitato con
le sorelle.
Le nostre zie sono riuscite ad essere eccezionali nell'essere niente di particolare
E' meglio che passi ad altri, meno vicini (non posso parlare di Papà
e zio Gigi, di loro parlo in altri ricordi, che riguardano fatti più
recenti) per non lasciarmi travolgere dall'affetto e dalla nostalgia.
Un'ultima considerazione che non posso non fare è questa: senza dubbio
Nonno e Nonna (Catterina e Ottavia) erano persone notevoli perché i loro
figli - tutti- lo sono stati, nel carattere e nei comportamenti, sempre. (evviva
la modestia !).
Educazione sessuale. Penso che per dare un'idea basti questo. Quando zia Peppina
Amat aveva circa 95 anni, una delle ragazze Fodde (mi pare Luisanna) mi aveva
fatto chiedere se poteva farsi aiutare da lei per la sua tesi di laurea a Firenze
sulle differenze del dialetto sardo, in città, secondo i quartieri, le
età e il livello sociale. Zia Peppina si è prestata anche se senza
troppo entusiasmo. Dopo averle chiesto l'equivalente in sardo di centinaia di
vocaboli la Fodde arriva a "donna di strada "e zia Peppina "femmina
mala". La ragazza insiste, vorrebbe definizioni più articolate,
zia Peppina irremovibile, quella tenta "pu
pu.." niente da fare,
"ba
ba
"niente.
Passiamo ad altro: i dolori del parto. Zia Peppina attonita. La Fodde incoraggia:
le
doglie.. E zia Peppina, novantacinquenne, con un sorriso timido e riservato
da jeune fille: "Non so, cosa vuole, in casa di queste cose, davanti a
noi bambini non se ne parlava e dopo,io, non mi sono sposata
"
Peraltro le zie si fermavano ore (si fa per dire) a guardare tutte le riviste
esposte nelle edicole dei giornali, con interesse e curiosità, e per
quelle osèe si dicevano l'un l'altra "as bistu?" e nell'intonazione
c'era non il giudizio morale ma la curiosità per quella strana etnia.
Abiti. Il colmo dell'eleganza era "su bistireddu 'e Gittelson". Gittelson
era una casa di moda per bambini e "Luisu e Chiccu fianta duas gioias cun
su bestireddu 'e Gittelson". Credo che nessuno al mondo li abbia mai superati
in bellezza ed eleganza. Sono immortalati in una fotografia ed è un bel
vestitino alla marinara, ma i due bambini non è che fossero
particolarmente
belli. Da Torino a "Mammajo lompiara il catalogo". Ricordo anch'io
questo catalogo, una specie di Postal market ante litteram in bianco e nero,
l'avevano dato a me e a Pepita da ritagliare, cosa che avevamo fatto coscienziosamente,
per farci le bambole di carta, durante la guerra. Da vecchie le zie giravano
per casa con un " paltoncino" blu o nero. Era difficile vederle in
"corpus gentili " come avrebbe detto nonna Ottavia.
Casa. Nonno Sorso, cioè Vincenzo Amat Amat (nato nel 1789, morto nel
1869) (fratello di zio Cardinale) aveva sposato la cugina Emanuela Amat figlia
di Francesco Amat Masones M.se di Villarios ed aveva da lui comprato casa Masones
che è quella nella quale da allora noi si è sempre abitato.
| Vincenzo Amat Amat | |
| Giovanni Amat Amat | |
| Vincenzo Amat Quesada | |
| Zio Gigi | Papà Amat Sanjust |
| Vincenzo Amat Amat | |
La casa arrivava fino alla cucina di Vincenzo mio cugino,
infatti lì c'è ancora la piccola nicchia che, esternamente ospitava
la statuina della Madonna. Questa nicchia è stata rifatta nella parete
esterna perimetrale quando è stata ampliata la casa. Nel 1890 vi è
la delibera del Comune in risposta alla richiesta di Nonno Vincenzo per l'autorizzazione
all'ampliamento che venne poi affidato ad Edmondo Sanjust, ingegnere, costruttore
tra l'altro dei piani alti della casa Sanjust di piazza Indipendenza.
Il secondo piano è sempre stato abitato da nonno, zio Gigi, i figli le
zie, eccetto dopo la guerra (1940-1943) che è stata data in affitto per
un certo periodo. Il primo piano ha avuto diversa sorte. Vi è un anno
che fa da spartiacque, nel 1930, con il matrimonio di papà, che fino
ad allora aveva vissuto con i fratelli, viene occupato completamente dalla nuova
coppia. Prima ci aveva vissuto Nonno Giovanni che, a quarant'anni, aveva deciso
di aver vissuto anche troppo nel mondo e si era rinchiuso in camera sua, e lì
riceveva chi doveva parlare con lui. Una volta era andato da lui uno dei suoi
contadini e, vedendosi riflesso nello specchio, si era messo a ridere di cuore
e ridendo diceva "sa murrinca 'e sa barona- sa murrinca 'e sa barona ".
Non aveva mai visto uno specchio e credeva di avere visto, non la sua immagine
riflessa, ma la scimmia della Barona di Sorso.
A parte la comicità della situazione, esisteva in casa una scimmia? mi
divertirebbe saperlo.
In quanto alla casa, Paolo Amat mi dice che suo nonno Carletto in seguito a
discussioni col fratello (Nonno Vincenzo) era sceso ad abitare al primo piano,
avrebbe abitato lì dopo il matrimonio (1890) e lì sarebbe nato
anche il padre di Paolo (zio Toniolo) nel 1894, poi zio Carletto e famiglia
si sono trasferiti in via Canelles.
Dopo zio Carletto è venuto zio Carlino Nissa (fratello di Stefano, IV
marchese di Villahermosa) sposato con Angelica Pilo. Le zie ricordavano che
il cortile era un giardino bellissimo, curato da lui, pieno di rose e con fiori
celesti rampicanti, e ne ricordavano il profumo. Dopo zio Carlino ci ha vissuto
la figlia Peppinedda sposata con Giovannino Salazar (nonni di Vavanna Bandini
Sanjust e di Nanni Salazar). Non so in quale periodo vi hanno vissuto i Pilo
Flores, qui è nato nel 1909 Peppino Pilo (il padre di Carlo) ed abitavano
ancora quando è morta nonna Ottavia (1925). Poi Papà ha fatto
aprire la porta che dà in Piazza Indipendenza (ai tempi delle Salazar
era una finestra) per rendere indipendente quella parte della casa.
Alla sua morte nonno Vincenzo aveva disposto che le figlie non sposate, a parte
le loro proprietà, avessero diritto ad una camera per ciascuna più
un soggiorno e i servizi (e zia Peppina rivendicava pugnacemente questo diritto
dicendo: bollu su testamentu de babbu miu- quando pensava che venisse messo
in discussione ) e questi spazi, possibilmente nella casa di famiglia. Infatti
mio padre e alla sua morte mia madre, hanno sempre pagato la loro quota a zio
Gigi. Ricordo che l'ultimo affitto era di L. 25.000 (considerata che l'altra
metà era spettanza degli eredi di zio Gigi, l'affitto arrivava a L. 50.000
che era quello corrente, infatti nello stesso periodo Nanni Amat pagava così
per l'appartamento di via Canelles). Nonno, inoltre, nel testamento, lasciando
un piano di casa a ciascun figlio maschio aveva lasciato il piano migliore (per
luce e vista soprattutto) a zio Gigi, ma con la cura dei tetti e anche i sottani,
quindi vantaggi ma anche svantaggi. (Si capisce, da come lo ricordo, che mio
nonno mi piace ?)
Pulizia. Tra le malattie di cui sono morti tanti componenti delle nostre famiglie
non c'è certo l'eccesso di pulizia.
Dello storico comportamento di zia Caterinedda Sanjust (cugina in primo grado
di nonna Ottavia) moglie di Enrico Manca di Nissa che andata ospite a Milano
dalla figlia Javotte, sposata col Senatore Ettore Bocconi, quando la cameriera
le preparava quotidianamente il bagno, lei si chiudeva nella camera da bagno,
buttava un po' di sapone nell'acqua, movimentava l'ambiente e usciva poi senza
cedere a compromessi con la pulizia.
In tempi più recenti, circa nel 1950, Nanni Amat aveva scritto una graziosissima
novella: "Il bagno del Barone "che ha per protagonista il fratello
Vincenzo che, tornato dalla guerra con strane idee, voleva fare il bagno almeno
una volta alla settimana. I problemi per accendere la stufa a legna, il rischio
dell'esplosione del grosso tubo e soprattutto la paura del rischio dell'esplosione
rendevano questo racconto gustosissimo.
Abbiamo avuto zia Cecilia che, per
levare i microbi dal comodino di una
sorella malata, ci passava sopra la mano di lato, come se i microbi fossero
briciole.
D'altra parte non è che abbondassero le comodità. Osservava un
giorno Maria Teresa De Magistris Filigheddu: un tempo nelle nostre case non
avevamo bagni ed avevamo tante persone di servizio, adesso abbiamo tanti bagni
e non abbiamo più persone di servizio
Per fare il bagno, quando papà era ragazzino, dovevano scendere in cortile
e nel locale tra il nostro muro di cinta ed il muro del museo c'era la camera
da bagno. Nei vari gabinetti c'era "su pannu 'e strexi" una carta
igienica di stoffa che naturalmente non veniva buttata nel water, ma, credo
e spero, lavata e riciclata.
Poi nel bagno delle zie abbondavano gli " zappuleddus " usati come
fossero spugne. Nel loro bagno troneggiava un semicupio. Peraltro le zie amavano
l'ordine (Peppina :prezzisa!) e il borotalco e il sapone di Marsiglia.
La fede. Proprio come certezza delle cose sperate. Senza esibizioni, ma ferma,
incrollabile.
Da zio Nazieddu (figlio di zia Maria di zio Peppineddu e di zio Peppineddu)
che, alla morte della ventitreenne figlia Maria (sposata Chapelle, che lasciava
marito e due bambini) diceva: sia fatta la volontà di Dio! A zio Gigi
che alla morte dell'adorata figlia Manuela si è chiuso ogni giorno per
mesi in camera verde, avvolto in un plaid, con il basco in testa, senza voler
vedere nessuno, chiuso nel suo dolore e nella sua accettazione alla volontà
di Dio.
La preghiera delle zie: mi seu sbarrara arresendi. (sbarrara- da barra: mascella)
si smascellavano nella preghiera. Quando qualcuno di noi nipoti ne aveva bisogno,
le preghiere delle zie erano sempre disponibili, richiestissime ed ascoltate.
Dimenticavo di ricordare la Messa e la Comunione quotidiana, è talmente
scontato, come ricordare che ogni mattina si alzavano.
Le zie, per decenni hanno preparato i bambini alla prima Comunione, direi generazioni
di cagliaritani, sia a casa che i " crociatini" nella Chiesa di San
Michele.
Io ho il ricordo vago di tanti poveri nelle scale di casa il venerdì
(prima della guerra) per avere l'elemosina, e a papà non piaceva che
volessimo far chiudere il portone di casa, era chiudere la porta al povero.
L'abbiamo fatto solo recentemente, dopo aver trovato nelle scale una siringa
di un drogato.
La Patria. Ogni nostra famiglia aveva dato il suo contributo. Zio Nazieddu Sanjust
(di zio Enrico e di zia Maria Amat) morto a trentasei anni, medaglia d'argento
con una bellissima motivazione; zio Giovanni Amat (di zio Carletto e di zia
Luisa Cartolari) morto a ventisei anni, bellissimo giovane, educato a Mondragone,
"pigonosu" diceva di lui zia Paola, sua sorella, pigonosu = malinconico.
Zio Edoardo De Magistris (di zio Casimiro) morto a quarantacinque anni. Papa
e zio Gigi in guerra, tutti i cugini in guerra. E' passato alla storia "matildedda
sci cosa!" Il terrore di zia Maria, (credo di zio Peppineddu) una sera
che, all'uscita della funzione della Cattedrale zia Matilde le si era avvicinata
e l'aveva salutata. Le era sembrato che l'avesse fatto in un modo diverso dal
solito e terrorizzata, aveva i figli al fronte, aveva cominciato: Matildedda
sci cosa
Ma, grazie a Dio, Matildedda quella volta non sapeva niente.
Sense of humor. Notevolissimo. Zia Mimia ne era la regina, piccole frasi lasciate
cadere nel discorso- una per tutte: dopo una serie di morti improvvise nel circondario,
seguite dal commento di chi si stupiva: "No poriri essi, d'appu biu ariseru
allirgu e presciau" zia Mimia, con aria distratta: Po presceri, qandu mi
bieis allirga e presciara zerriami su preri.
Papà: Una sera andiamo ad una festicciola familiare, vi sono tanti bambini
di casa, alcuni di questi seduti in un sofà. Tra questi una, taciturna,
piccola, innocua invitata, non omogenea al gruppo. Arrivano zio Piero Amat,
sua moglie Peppolina e svariati loro figli. Di questi Giacomo, circa sei anni,
è in crisi, non vuole unirsi agli altri bambini. Lo spingono a forza,
lui dà un'occhiata, nota la piccola, taciturna, innocua invitata e, in
tono inquisitorio, chiede: Chi è quella crastuletta? E Papà, a
mezza voce: Beato te Pietro, chè né la carne , né il sangue
te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli". ( Ricordo
ancora la risatona di Pepita)
Nanni ha continuato in quella tradizione, mentre zio Gigi e Vincenzo andavano
più sul sarcastico.
XXXXXXXXXXXXX
Dei figli di zio Enrico Sanjust e di zia Maria Amat
non ho parlato. Pochi cenni perché hanno tanti figli e nipoti che ne
conservano i nipoti ben più di me.
| Enrico Sanjust e Maria Amat | ||||||||
| MatildeMiti | IgnazioNazieddu | GiovanniGiuanniccu | Efisio | CaterinaTitina | Annetta | VincenzoCino | Ottavia | Peppina |
Matilde, Miti, graziosa, brunetta, vivace, sposata con
Paolo Cartolari. (Da anziana, accanita lettrice di libri gialli, per fioretto
li leggeva una pagina sì e una no ). E' vissuta a Cagliari fino a che
non si è rotto il fidanzamento di una figlia alcuni giorni prima del
matrimonio ed allora si è trasferita a Verona con la famiglia. Sempre
legatissima con la famiglia di nascita, i nipoti, figli di zio Efisio, se non
erro, da lei a Verona, si sono sempre sentiti a casa loro.
Zia Titina, graziosa, tipo Quesada. Da ragazza, corteggiata da un giovanotto
mentre passeggiava al Bastione, alla Mamma che le diceva: "Caterina no
castis" lei rispondeva: "Mamma, no pozzu".
Zia Annettina, era intelligente, ma non l'aiutavano le lenti spessissime e la
"marroppienzia". E' vissuta sempre all'ombra di Caterina
Ottavia e Peppina, sempre in coppia, in coppia con Palitta e Assunta Amat, Rita
e Teresa Loy Donà.
Ottavia e Peppina sempre in coppia si sono fatte suore (Figlie della Carità).
Quando le ho conosciute le ho sempre confuse tra loro. Ma mi pare che avessero
caratteri molto diversi. Erano attaccatissime ai nipoti.
Zio Efisio, buono, bravo, "creposetto". Prima della guerra era a Cagliari
"il" pediatra. Con zia Assunta formavano una coppia affiatatissima
con un forte scambio intellettuale. Era un cristiano a tutto tondo.
A me diverte molto questo ricordo. Quando era sulla settantina ed era un po'
"grai de origa" un giorno zia Assunta, dopo averlo chiamato inutilmente
svariate volte, gli dice: "O surdera!.." e lui, vittima : " E
immoi poita mi zerrias giudeu?"
Cino, noto Gangorra, gli mancava un esame alla laurea. Molto bruttino, adorato
dagli amici, è sempre vissuto da figlio di famiglia. Mi sembra di averlo
sempre conosciuto vecchio, in effetti era invecchiato precocemente.
Giuanniccu e Nazieddu. Sempre sentiti nominare in coppia. Invece dovevano essere
molto diversi. Credo che Giuanniccu fosse tipo Cino. Di lui Zia Peppina "de
cussus chi nanta scimprorius".
Nazieddu invece era bello (forse meno di quanto dicessero), distinto. Zia Peppina
"un bel giovane, simpatico". Si era sposato con Rita Cao che, a detta
di tutti, è morta di dolore pochi anni dopo il marito (solo cinque anni
di matrimonio).
Caduto in guerra, Monte Zebio nel 1916,ha avuto la medaglia d'argento. La motivazione
dice che, sotto il fuoco del nemico, aveva salvato la vita del suo comandante.
Ad ogni modo Giuanniccu e Nazieddu appartengono al mito.
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX
Non ho parlato di zio Carletto, fratello di nonno
Vincenzo, e di Luisa Cartolari, sua moglie. D'altra parte hanno tanti nipoti
che li ricordano molto meglio di me.
Per quel che so zio Carletto ha conosciuto Zia Luisa a Verona. Lui, piuttosto
campagnolo, ignorantello (certa Carletto Sorso
) si innamora di questa
diciottenne bella, colta, raffinata. Si sposano e vengono a vivere a Cagliari.
Credo che presto siano sorte le incomprensioni. Zio Carletto, pare in seguito
ad un colpo alla testa preso mentre a cavallo entrava nella scuderia, era diventato
iracondo. Io, vista l'ereditarietà di questa sua iracondia, non ci credo.
Penso piuttosto che la freddezza della moglie, della quale lui era innamorato,
l'abbia inasprito. Peraltro i nipoti, figli di zio Toniolo, l'hanno amato e
l'amano moltissimo.
Zia Luisa si è chiusa in se stessa. "Bella, molto simpatica, sulle
sue ma senza dare nell'occhio" (diceva zia Peppina).Ha educato i figli
alla continentale.
Zia Mina, una deliziosa ragazza che usciva sempre con un fazzolettino ricamato
(Paolina Canepa Sirchia mi aveva detto che lei cercava sempre di incontrarla
per strada perché vederla era estremamente gradevole) sposerà
Batta Cartolari entrando nel mito della raffinatezza.
I ragazzi: Giovanni, che morirà in guerra, e Toniolo studieranno a Mondragone.
Ignazio, ritardato mentale, sarà messo in un istituto in Lombardia, dove
vivrà e morirà a più di settanta anni.
Zio Peppi, morirà scapolo a quarantaquattro anni a Brescia (lo stesso
giorno, mese ed anno in cui moriva la nipote ventenne Maria Sanjust, di Assunta
ed Efisio a Nuoro ), molto sportivo.
Zio Mondino, gesuita, morirà a trentasette anni, missionario in Cina.
E' sempre stato considerato un angelo per la sua bontà, il suo senso
del dovere ed il suo spirito di sacrificio.
Zio Piero, il più piccolo, il cocco della mamma.
Zia Assunta, moglie di zio Efisio Sanjust, della quale ho già parlato.
Zia Paolo, con la sorella Assunta, frequentavano i cugini (tutti ottimi partiti),
andavano spesso a Laconi dove si ritrovavano tutti.
Zia Paola
ogni giorno della mia vita sono andata a casa sua (pare che prima
della guerra Mamma avesse tentato di non farmi andare dicendomi: "Quando
sarò morta ti pentirai di non essere rimasta con me." Ed io, a sette
anni, cinica: "Dici sempre che muori e non muori mai
") Le ho
sempre voluto un enorme bene. Era di una semplicità disarmante. Con la
superbia dell'umiltà, come dicevano i figli. Da ragazza c'era stato un
pensierino, credo reciproco, per Licone (Emanuele) Aymerich, ma il matrimonio
era stato con zio Gigi. Lui molto innamorato (i figli lo avevano sbeffeggiato
quando avevano trovato una lettera con tante sue semplicissime frasi d'amore
per lei
"Deu, frida
"Esibiva la sua freddezza, ma non si capisce perché,
tutto sommato era una passionale negli slanci. Le piaceva l'evangelizzazione,
era una grande ammiratrice di San Paolo. Tornando dalla Messa, ogni mattina
si fermava a parlare con tutte le donnette, ma accusava il colpo se la chiamavano
donna Paola invece che "sa marchesa". A casa metteva alla Radio il
concerto della Martini e Rossi e rammendava calze. Credo che come donna di casa
il rammendare calze fosse l'unica cosa che sapesse fare, ma non credo lo sapesse
fare bene, lo faceva e basta. Leggeva volentieri. "Sbruncava" i figli,
ma si divertiva a sentirli parlare e discutere. Vincenzo era l'unigenito (a
detta dei fratelli), poi un debole per Bibi, che le dava sicurezza, per Manuela
una adorazione rispettosa.
Una volta che alla Posta le avevano chiesto i documenti, non li aveva e l'incauta
"postera " le aveva detto " Se non è conosciuta
"
e lei.:" Non sono conosciuta io? Lei, non è conosciuta! Io ci sono
da cinquecento anni
"
Una volta era venuto qualcuno per un censimento e le aveva chiesto quale titolo
di studio avesse. Non avendone, zia Paola, uno ufficiale, aveva scritto nel
modulo: analfabeta. Si era infuriata ed aveva esibito la sua cultura.
Estremamente umana, nei periodi di " scampirratura " di Vincenzo,
diceva : non ho voglia di fare la santa Monica" e da anziana "non
ho voglia di vivere, ma non ho voglia di morire
"
Di zia Paola potrei scrivere per ore, ma vi faccio grazia
XXXXXXXXXXXXXXXXXX
Ho finito!
Perché ho scritto questi miei ricordi? Perché questi nostri cari
vengano meglio ricordati e li ho descritti in modo così semplice e nella
loro quotidianità sia per i miei limiti personali sia perché loro
mi hanno insegnato che il valore e lo spessore di una persona si misura dentro
casa e nella vita di ogni giorno.
Cagliari, 24 aprile 1994.