Per i miei nipotini. Memorie d'infanzia.
Emanuela Sanjust di Teulada Cartolari (n. 1849)

Cancello di Nizzole ai 28 di dicembre 1918

Nella circostanza del soggiorno che mia nuora e nipote Mina Amat, fece a Nuoro nell'estate di quest'anno, si destarono nella mia mente alcune memorie lontane, lontane, da tanti anni assopite, ossia qualche ricordo, per quanto incerto e velato, del soggiorno fatto dalla famiglia di mio padre nella stessa città di Nuoro quando io ero bambina di pochi anni.
Papà vi fu mandato in guarnigione essendo Capitano dei Cavalleggieri di Sardegna che a quell'epoca facevano nell'Isola il servizio di Pubblica Sicurezza, ossia quello che fanno ora i Carabinieri. Io vi fui portata poco dopo nata e vi rimasi, ossia papà e mamma vi rimasero per circa tre anni coi loro tre bambini di cui io ero la minore. Peppina aveva circa 5 anni più di me, Enrico quasi tre.
Quello di Nuoro è il ricordo più lontano. Quando mio padre fu traslocato a Cagliari non sono sicura se avessi o no compiuti i tre anni. Così nulla posso dire d'allora della vita intellettuale e morale che si svolgeva nella mia famiglia.
Solo qualche vaga immagine dei luoghi, qualche ricordo velato degli episodi che più hanno colpito la mia immaginazione è rimasto, sebbene confuso, nella mia mente.
Ricordo, o mi pare di ricordare, la conformazione della casa, ma solamente nella parte, dirò così, esterna, Mi pare vi fosse un cortile con un muro alto, di forma quadrata, non grande. Vi era un portico e, a destra, un portone per uscire sulla strada. Vedo anche una stanza a terreno con poca luce, perché la prendeva certo dal portico, dove il nostro carissimo babbo ci faceva fare il bagno.
La scala mi pare fosse ripida, tra due muri, e, più volte noi bambini l'abbiamo fatta a ruzzoloni, da cima a fondo.
Rammento qualche cosa delle passeggiate che facevamo colla nostra bambinaia, Marianna Sanna che spesso mi portava in braccio, mi pare che le strade fossero non selciate e infossate fra terreni sterili. Ciò suppongo fosse fuori dal paese. Ho idea di un arco di un arco da cui pendevano ciuffi d'erba che io mi divertivo a cogliere issata sulle spalle di un servitore o attendente del papà che mi voleva un gran bene e tutto faceva per contentarmi.
Una volta nel solito passeggio con Marianna avvenne un fatto che mi rimase molto impresso. Abbiamo sentito un flebile belato ed avvicinatici al posto d'onde veniva, abbiamo vista una bianca agnellina, forse appena nata e involontariamente abbandonata. Marianna si tolse la sottana bianca da sotto la veste e ve la involse. Noi felici e contenti siamo tornati a casa con la nostra preda. Mi pare di ricordare una visita del nostro zio Peppino di Teulada, fratello di papà al quale io volevo un gran bene. Certo ricordo che dopo la sua partenza io mi aggiravo per le stanze chiamandolo e piangendo. Era venuto, ma questo lo seppi poi, ad annunziare il suo fidanzamento con la Nob. Signorina Luisa Roych, tuttora vivente, la nostra buona e cara zia Luisa. E poi vedo uccellini troppo accarezzati, cui il nostro incosciente amore procura una morte precoce.
Siamo ritornati a Cagliari quando si aggravò e poi morì la mia Nonna materna, la Baronessa Emanuela Amat, Marchesa di San Filippo e Sorso, ecc. ecc., nata pure Amat, ma del ramo dei Marchesi di Villarios. Non so se dopo il doloroso avvenimento siamo ritornati a Nuoro o se esso abbia coinciso col trasloco del papà alla capitale dell'isola.
Della morte di mia nonna nulla ricordo, ho soltanto qualche riminiscenza del viaggio di ritorno a Cagliari. Certo un tratto lo abbiamo fatto a cavallo. Io stavo sulle ginocchia di mia madre. Enrico era col papà sull'arcione. Io tenevo un povero uccellino di cui Enrico mi domandava notizie ogni momento. Ci siamo fermati a pranzo in un paese che credo potesse essere Macomer.
Mi pare che presso la casa ospitale vi fosse un orto grande. Forse il resto del viaggio fu fatto in diligenza, ma ciò non ricordo affatto.
Mi è meno facile riordinare le memorie degli anni passati a Cagliari dopo il ritorno da Nuoro.
Quelle di Nuoro sono circoscritte ai tre primi anni della mia vita, le altre si protraggono per vari anni.
Incomincia l'educazione. La Mamma ci insegnava il catechismo parola per parola e ce lo spiegava e questa Santa lezione si teneva tutti i giorni immancabilmente. Peppina ed Enrico avevano i maestri di italiano e di francese gironzolavo intorno a loro e imparavo a memoria tante piccole cose, specialmente le poesie. I maestri mi prendevano spesse volte sulle ginocchia e mi facevano tante feste. Quello di francese era un giovane pallido pallido e si chiamava M. Blanc Quello di italiano era un maresciallo dei Carabinieri con due lunghi baffi incerati, che erano la mia disperazione quando mi baciava e si chiamava Valizzoni.
Intanto altri bambini erano nati: Catterina subito al ritorno da Nuoro, poi Vincenzino. Tutti crescevamo bene e godevamo buona salute.
Ogni giorno si faceva la passeggiata tutti uniti, col papà e con la mamma. Il più piccolo faceva pure parte della comitiva in braccio alla bambinaia. Quando eravamo tutti pronti per il passeggio, tutti radunati nella stanza d'ingresso, prima di scendere le scale, il papà posando un ginocchio su di una seggiola, il cappello in mano, gli occhi rivolti al cielo, recitava una breve preghiera alla quale tutti rispondevamo. Era un Pater, un Ave e un Angele Dei. Così mentre le nostre intelligenze si schiudevano, la nostra anima riceveva le basi di quella Educazione Cristiana che ci fu e ci è guida per tutta la vita e ci sarà di conforto nell'ora della morte.
Peppina era una ragazzina molto tranquilla. Io ero assai vivace e mi trovavo bene a fare i giuochi clamorosi con mio fratello Enrico. I più piccini ci seguivano.
Giunto all'età di nove anni Enrico fu mandato in educazione a Torino nell'istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, dove c'erano parecchi nostri cugini fra cui Casimiro De Magistris e Luigi Lovera di Maria, figli di due sorelle di mia madre zia Cicitta e zia Angelica, spose a due gentiluomini Torinesi il Conte Edoardo De Magistris di Castella, e Carlo Lovera di Maria. La partenza di mio fratello fu per me di grande dolore, avevo sei anni. Intanto crescevano Catterina e Vincenzino che furono per molti anni i miei compagni di giuochi.
La famiglia aumentava. Venne Maria e più tardi Annetta, l'ultima nata a Cagliari.
L'istruzione seria era cominciata anche per me. Avevamo un Professore di Italiano che insegnava nel Ginnasio e si chiamava Prof. Puliga. Per il francese Catterina ed io avevamo un sardo che aveva nome Prof. Ruggiu. Io studiavo volentieri l'italiano e facevo molti progressi. Per il Francese non avevo grande trasporto. Forse mi urtava la pronuncia del Professore più sarda che francese, mentre ero abituata al modo di pronunciare di nostra madre che era eccellente.
Il papà ci faceva i programmi e quando i nostri maestri non potevano darci lezione suppliva lui.
Ogni sera la preghiera riuniva tutta la famiglia, Papà, da vero Patriarca, intonava il Rosario al quale aggiungeva una coda abbastanza lunga ma che non stancava nessuno. Secondo le circostanze si aggiungeva una preghiera nuova. Allora quello di noi bambini che la riteneva più presto aveva la soddisfazione di recitarla alla comunità. Così io ricordo ancora una preghiera a S. Rocco che poi ho continuato a dire per anni e anni. Il papà si era riservato sempre la preghiera a S. Giuseppe, che crediamo composta da lui, perché aveva per questo grande santo una divozione tenerissima che lo ha accompagnato per tutta la vita e lo ha confortato in morte. La sera della domenica il papà ci leggeva il Vangelo del giorno. Negli altri giorni, sempre nelle prime ore della sera, ci istruiva spesso con letture amene, per lo più di indole storica.
Tutto ciò con misura, senza annoiarci, né stancarci, tanto che noi stessi desideravamo che queste belle serate si ripetessero spesso.

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Avevamo un numero sterminato di parenti, zii, zie, cugini e cugine, coi quali eravamo molto legati.
Vivevano ancora il nostro Nonno materno e la Nonna paterna la Baronessa Catterina Sanjust di Teulada nata Amat di Villarios, sorella della nonna materna, di cui ho ricordato la morte nelle scorse pagine. Come si può capire, mio padre e mia madre erano cugini primi, perché figli di due sorelle.
Ricordo benissimo la nonna Catterina buona e simpatica, che andavamo a riverire quasi ogni giorno. Doveva essere stata una bella signora bruna. Quando la ricordo io, quantunque non dovesse essere molto inoltrata negli anni stava assai curva, colla testa quasi appoggiata sul petto. Faceva tutti i giorni la sua passeggiata appoggiata al braccio della sua figlia ancora zitella, la nostra zia Javotte, la fedele Antigone della mamma sua. Così fedele che per non abbandonarla rifiutò per anni un ottimo partito, quello del Marchese Carlo Manca di S. Croce e di Villahermosa, che poi ha sposato anni dopo la morte della madre.
La Nonna c'invitava ogni anno, in una Domenica di Quaresima a mangiare il colostro a casa sua. Questo colostro era una specie di panna cotta, che non ho mangiato che a Cagliari e in casa della Nonna. Naturalmente il colostro era il pretesto per una lauta prima colazione ricca di ogni sorta di dolci sardi e non sardi. So che si faceva alla mattina, credo al ritorno dalla Chiesa. All'infuori di questo piccolo invito di mezza Quaresima, credo, non ricordo di aver mai preso pasti in casa della Nonna. Per il colostro ci radunava tutti, figli, nuore, generi e nipoti.
A proposito di inviti, era sistema dei miei genitori di non lasciarci andare da nessuno senza di loro. Gli zii e le zie che ci volevano pur molto bene, non ci invitavano mai conoscendo questo sistema. Per la Nonna non credo che il motivo per cui non andavamo a pranzo fosse questo, perché mi pare che la Nonna dovesse fare eccezione. Forse essa stessa non desiderava il chiasso che inevitabilmente fanno i bambini Venne il giorno doloroso in cui anche la cara Mamma del nostro amatissimo Babbo fu chiamata dal suo Creatore a godere del premio della sua vita esemplare, della sua lunga vedovanza cristiana.
Ricordo il dolore acerbo del nostro papà. In quel tempo io dormivo, non so per quale circostanza, nella camera dei nostri genitori. Forse ero convalescente del morbillo che avevo passato precisamente nella loro stanza. So che sentivo agitarsi e sospirare nel sonno il papà nostro e ciò mi faceva una gran pena.
Mi dispiace di non sapere le date di questi avvenimenti.
Dopo la morte della nonna andavamo assai spesso, sempre con papà e mamma, a passare una parte della sera a casa Teulada, dallo zio Barone Carlo. Zia Javotte dopo aver perduto la mamma era scesa al primo piano a convivere col fratello dove la trovavamo sempre con tutti gli altri parenti Sanjust di Teulada.
I grandi facevano conversazione nel salotto, noi bambini scorrazzavamo per tutta la casa giocando a nasconderci o a rincorrerci o a cose simili. Questo era per noi un grande divertimento.
I cugini Amat non venivano mai a queste riunioni, ma non erano che cugini in secondo grado dei Teulada: Noi eravamo cugini primi degli uni e degli altri. Così in diverse circostanze e a diverse ore
Frequentavamo gli uni e gli altri con eguale amicizia e uguale affetto. Coi Nissa, figli della Marchesa Maria, sorella di Papà, e del Marchese Giovanni Manca di Nissa e Villahermosa, la relazione assumeva un altro carattere, essendo i cugini quasi tutti giovanotti quando io ero bambina.
I cugini Amat erano figli del Marchese Giovanni, fratello della mamma nostra e della giovane Matilde Quesada di San Sebastiano.
Erano Adelaide ed Emanuela, una più vecchia di me di pochi mesi e l'altra di pochi mesi più giovane, Vincenzo che aveva circa due anni meno di noi, Maria (poi mia cognata avendo sposato mio fratello Enrico) che era allora piccolina, e Carlo allora piccolissimo (Carlo divenne in seguito mio genero sposando mia figlia Luisa). A questo gruppo si univa Maria Pilo (che divenne col tempo moglie di Vincenzino Nissa) unica figlia di zia Bebbia, pure sorella della mamma nostra e moglie al Cav. Emanuele Pilo, vedovo e padre di tre figlie e di un figlio grande quando sposò mia zia. Non dissi che dei cugini di Teulada, figli dello zio Barone Carlo, due soli giuocavano con noi in quel tempo, ossia Marianna (poi Marchesa di Laconi) e Peppino, mio indivisibile compagno ed ora mio cognato avendo sposato mia sorella Maria. Gli altri Enrichetto, Pietro e Luigi erano, specialmente i due primi, nell'epoca di cui parlo, già brillanti giovanotti. Devo pure ricordare i figli di zio Cicittu altro fratello di papà. Di questi soltanto Caterina si univa ai nostri giochi. I due fratelli Alberto e Arrigo, cominciavano ad essere giovanotti e a disdegnare i nostri chiassi, e Maria, l'ultima, era ancora troppo piccina.
Non ho ancora parlato di mio Nonno Amat, il Barone Vincenzo, Marchese di San Filippo ecc. ecc. che abbiamo lasciato in vita quando siamo partiti da Cagliari, e che visse ancora molti anni all'amore dei suoi figli e nipoti. Esso abitava col figlio il nostro zio Giovanni, di cui già dissi, ma poi avendo dovuto abbandonare la loro casa perché pericolava o credettero che pericolasse, il Nonno venne a stare con noi, insieme a mio cugino Vincenzo che era il suo prediletto. Lo zio col resto della famiglia si ritirò provvisoriamente in un appartamento d'affitto, finché fervevano i lavori per l'allestimento d'altra casa di proprietà del Nonno, che è quella dove gli Amat di Vincenzo abitano ancora. Mio nonno era persona molto colta ed intelligente. Grande cristiano, io credo che nascondesse sotto l'apparenza di una vita signorile, molte austerità da anacoreta. Ricordo il duro letticciolo formato di una bassa materassina sopra semplici assi. Si alzava tardi ma pregava molto in letto, contemplando il suo grande Crocifisso appeso alla parete di fronte.
Ogni mattina, alla chiamata di Pasquale, il fido cameriere di Nonno, entravamo tutti a baciargli la mano e dargli il buongiorno. Ci voleva molto bene ma non era espansivo. Era ricco e credo fosse assai generoso e caritatevole.
Ogni anno passavamo il mese di Maggio ad Ussana nella vecchia casa del Nonno, dove si radunavano tutte le famiglie delle sue figlie che si trovavano a Cagliari. Il figlio, naturalmente, convivendo col padre vi era considerato padrone come il padre stesso.
Con quale gioia ci preparavamo a quel mese di villeggiatura! Facevamo i nostri bagagli tanti giorni prima, poi li disfacevamo per rifarli ancora. Chi conosce i bambini o si ricorda della propria infanzia, sa che questa manovra è comune a tutti i bimbi del mondo. Il Nonno aveva l'Oratorio domestico ed il Cappellano. Tutti noi ricordiamo con affetto e venerazione " Signor Contini" che assunto dal Nonno quando era giovane sacerdote, non come precettore, perché non aveva l'ingegno, né la cultura da ciò, ma come guida e compagno del giovane Marchese Giovanni, mio zio, e vi rimase per tre generazioni, ossia, con mio Nonno, con lo zio Giovanni e con Vincenzo mio cugino e cognato. Morì carico di anni e di meriti, circondato dall'affetto non solo dei Marchesi, ma dei numerosi loro figli già grandi, che sono i miei nipoti Amat, figli di due mie sorelle che sposarono successivamente mio cugino Vincenzo.
Signor Contini diceva Messa nell'oratorio Domestico ad Ussana, a Cagliari, almeno negli ultimi anni, nella Chiesa della Purissima all'ora che più faceva comodo alla famiglia dei Marchesi. Forse Quando noi eravamo piccoli, la celebrava, anche in Città nell'Oratorio privato.
Un'altra veneranda figura di Sacerdote mi appare. Parlo del Canonico Paolo Giua Protonotario Apostolico nella Metropolitana di Cagliari.
Ospite esso pure del Nonno Amat, lo fu per alcuni anni, di mensa in casa di mio padre, in quegli ultimi anni del nostro soggiorno a Cagliari in cui, come dissi, il nonno era venuto ad abitare con noi.
Il buon canonico pur continuando ad abitare l'appartamentino che gli concedeva il Nonno nella sua vecchia casa, prendeva i pasti in casa nostra. Voleva a tutti noi un gran bene. Aveva per il Nonno una devozione che direi quasi da vassallo, che derivava certo dall'affetto e dalla gratitudine, ma anche perché era nato e cresciuto a Sorso quando il Nonno ne era ancora il Barone con tutti i diritti feudali. Il Canonico Giua era uomo di vasta cultura e di buon ingegno credo fosse anche buon latinista.

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Mi sono un poco allontanata dalla cerchia stretta della mia famiglia, ora vi ritorno.
I nostri genitori, educandoci alla Religione e alla pietà ci insegnavano la carità verso i poverelli.
Quando disponevamo di qualche piccola somma di denaro per i nostri giocattoli od altro di nostro piacere, la prima cosa era quella di prelevare la parte del povero. In tal modo ci abituavano a pensare a chi soffre, a privarci di qualche cosa con nostro sacrificio, uccidendo così quei germi di egoismo, tanto, pur troppo, naturali all'uomo anche piccino.
Inoltre, ogni giorno della settimana aveva il suo povero, uomo o donna che veniva all'ora del pranzo, a ritirare i resti, sempre abbondanti, della nostra mensa. Noi bambini e non il domestico o le donne di servizio, dovevamo portare questi resti al povero che li aspettava fuori della porta, sul pianerottolo della scala. Vi era un panchetto di legno dove il mendicante si sedeva e poteva, volendo, consumare il suo pasto. Ordinariamente però egli versava tutto in una sua pignatta e lo portava a casa. Questo servizio dovevamo fare a turno. Penso vi fosse anche in ciò una delicatezza di carità. Un bimbo solo, sempre un po' timido, non umiliava il povero; pareva quasi si volesse far perdonare la sua carità. Un piccolo stuolo, lieto e chiassoso, reso ardito dal numero avrebbe potuto forse umiliare il bisognoso. Fra questi ve ne era uno così sudicio che, ricordo, mi costava sempre uno sforzo l'avvicinarlo. Molto rispettoso si alzava sempre dalla panchina per ricevere l'elemosina, ma ahimè! la panchina aderiva sempre troppo alla persona in modo che non rimaneva ferma al suo posto, ma ricadeva mentre il poveretto si rizzava. Per questo motivo il buon uomo aveva un soprannome che non giova ripetere.
Vi era una povera donna, quella del venerdì, che criticava sempre le vivande che li si porgevano, non gradiva il manzo lessato (se fosse viva adesso!). Noi ripetevamo le varie lagnanze alla Mamma, ma essa la scusava sempre dicendo che i poveretti vanno sempre compatiti per le privazioni che soffrono, per la poca educazione avuta e tante altre cose.
C'era poi l'ospite di tutti i giorni. Era questa una certa Madama Campagna, relativamente decaduta, che diceva di essere stata in gioventù Fama di una delle nostre Sante Regine, non so se Maria Teresa o Maria Adelaide. Questa parola Fama, certo una corruzione del francese (femme) voleva dire donna addetta al servizio particolare della Sovrana
Madama Campagna era vedova con un unico figlio, un certo Pinotto, sul quale si capisce non poteva contare perché era costretta a scendere e salire le altrui scale per mangiare il pane benché, a me pare, non le sapesse troppo di sale.
Per lei c'era un tavolino preparato tra la porta e la finestra della stanza d'ingresso. Un grosso paravento la riparava dagli eventuali colpi d'aria e dagli sguardi indiscreti di chi entrava.
Come per gli altri il servizio era fatto da noi a turno ed era abbastanza gravoso perché allora, anche nelle famiglie di modesta fortuna, si usavano nel pranzo molte portate e Madama era servita di tutto, con relativo cambio di piatti e, mi pare, anche di posate. Anch'essa come la povera del venerdì, criticava tutto ma in altro modo. Diceva al piccolo servitore o servetta "gioia mia, dica alla cuoca che questo pasticcio non è ben condito, o questa carne non è cotta in punto e così di seguito. A queste critiche grande " indigestione" da parte nostra sempre corretta dalle caritatevoli parole della mamma.
Siamo ancora alle opere di Misericordia Corporali.
Il giorno di San Giuseppe usavano i miei genitori dare un pranzo a tre poveri: un vecchio, una giovane donna e un bambino in onore della Sacra Famiglia. In questa occasione il pranzo era lauto e servito da noi nella nostra stanza da pranzo. La mensa preparata come per un nobile convito e adorna di frutti e di fiori. Il pranzo abbondantissimo perché, raccolti i resti e dati ai tre poveri, con una offerta di denaro, potessero anche il giorno appresso rallegrare la loro casa.
Questi luminosi esempi di carità Cristiana ci mettevano nel cuore il vero amore per il povero, ossia ci abituavano ad amare e rispettare in esso l'immagine di Gesù Cristo, senza fermarsi agli inevitabili difetti degli individui
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Non ci mancavano i divertimenti. Le passeggiate straordinarie che di tanto in tanto faceva fare il papà ai più grandicelli, erano da noi aspettate come premio. Ci conduceva sui colli di Bonaria dove trovavamo delle splendide farfalle o sulla spiaggia per raccogliere le conchiglie che vi erano in abbondanza. Altre passeggiate divertentissime erano le gite alle vigne suburbane di proprietà del Nonno o degli zii. Di tanto in tanto in una di quelle di Casa Teulada, si organizzava un pranzo o una colazione che ci dava agio di passare una giornata in campagna saltando e correndo a nostro piacere.
Ogni anno in carnevale lo zio Barone Carlo di Teulada ci dava un balletto in costume, radunando tutti i numerosissimi bambini del parentado. Al ballo seguiva una cena servita in un bellissimo servizio da frutta di vermeil. Io ho sempre creduto, finché non sono stata grande, che quelle magnifiche, artistiche posatine e quelle finissime porcellane fossero state fatte espressamente per la nostra festa infantile. Erano pure motivo di riunione generale i frequenti battesimi di fratellini e cuginetti che davano pretesto per rinfreschi abbastanza sontuosi e a noi di scorrerie per tutta la casa che ci ospitava.
E gli onomastici? A quei tempi a Cagliari si celebravano con molti regali. Tutti i parenti, grandi o piccoli, portavano un dono al festeggiato, fosse adulto o bambino. Il gran numero di parenti faceva si che ogni ragazzo ricevesse in quel suo giorno onomastico una quantità di oggetti veramente incredibile.
I gattini che mi portavano sapendo che li prediligevo, formavano una vera collezione che faceva la mia delizia. Ve ne erano in piedi con la testa mobile, coi micini nel cestino e in ogni posa. Lo stesso avveniva a tutti i miei fratelli e sorelle in modo che di giocattoli avevamo sempre grande abbondanza. Credo che in seguito, questo uso che diventava quasi un abuso, visto il numero di persone a cui si doveva regalare, sia stato tolto per mutua convenzione fra i parenti. E fu bene, specialmente per i piccini che si abituavano ad avere troppo superfluo senza nessun obbligo da parte loro, perché nelle spese dei regali per gli altri essi non avevano nessuna parte. Era un diritto senza il dovere corrispondente e correttivo.
Dopo quanto scrissi fin da principio, non ci sarebbe bisogno di parlare della pietà dei nostri Genitori. Ma mi è così dolce rievocare le memorie di quegli anni benedetti che qualche cosa mi resta sempre da dire.
La loro pietà era veramente esemplare e quella del papà così comunicativa che quando ci parlava di Dio, della B. Vergine, dei Santi, di San Giuseppe in modo particolare, i nostri teneri cuori si infiammavano di santi affetti. Avevano entrambi l'abitudine di frequentare i Sacramenti almeno una volta ogni settimana. Il giorno del papà era il venerdì. Non vi mancava mai quantunque il servizio lo obbligasse ad alzarsi prestissimo per poter prima soddisfare questa sua devozione. Nell'inverno si recava alla chiesa nelle ore ancora buie, con una piccola lanterna in mano. Negli ultimi anni della sua vita libero dal servizio militare, so che faceva ogni giorno la S.Comunione.
Così cristianamente educati un grande affetto ci univa anche fra fratelli. Se il papà era costretto a dispensare all'uno o all'altro qualche castigo (ma ciò avveniva di rado) ricordo che la mia disperazione era tale che non cessavo di piangere e d'implorare finché non avessi ottenuto il perdono del colpevole.
La nostra lieta infanzia scorreva sotto la guida dolce e ferma di così incomparabili genitori. Consci, pur quasi inconsapevolmente, di essere oggetto di tutte le loro cure, scopo della loro vita, unico loro desiderio condurci per quella via che mena al Cielo, avevamo per essi un grande amore accompagnato da un rispetto profondo. I loro ordini, dirò, i loro desideri erano legge per noi e non si discutevano. Quando nasceva qualche disputa fra noi e non ci sapevamo mettere d'accordo ricorrevamo, come a tribunale supremo, al parere dei genitori. Quello a cui veniva data ragione spiegava i motivi agli altri e tornava tosto a regnare la pace.

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Dalla vita larga che conducevamo si sarebbe potuto credere che i nostri genitori fossero ricchi di beni di fortuna. Ciò non era affatto.
Usciti entrambi da famiglie assai ricche, il privilegio del maggiorascato che vigeva ancora in Sardegna al momento della morte di mio Nonno, il Barone Enrico di Teulada, che lasciò i figli nella più tenera infanzia, privò mio padre di ogni diritto all'eredità paterna.
D'altra parte la mamma, dal padre vivente e ricchissimo, non ebbe al momento delle sue nozze che la piccolissima dote regolamentare che si esigeva allora. Non parlo della pensione vitalizia, irrisoria, che il Consiglio di famiglia assegnò a mio padre per non gettare l'odiosità su di un parente che pur aveva delle grandi doti e che il nostro babbo ha sempre amato di vivissimo affetto, senza mai muovere nessuna lagnanza sopra un modo di procedere che a noi sembrava crudele, ma tollerato forse allora per un residuo di pregiudizi feudali e, sopra tutto, per le grandi virtù cristiane dei nostri genitori.
Miracoli di economia e di equilibrio davano alla nostra famiglia quella agiatezza e quel benessere di cui abbiamo sempre goduto. Noi certamente non ci accorgevamo di essere meno ricchi dei cugini. E di questo siamo debitori, come di tutto, all'amore oculato e prudente del papà e della mamma. Nel ripensare al poco di cui potevano disporre in quel tempo colle spese aumentate dai traslochi prima a Genova, dove è nato Enrico, quindi a Nuoro e a Cagliari, una meraviglia piena di tenerezza e di ammirazione mi invade l'anima e ringrazio di cuore il Signore che ci ha fatto nascere da simili genitori.
Non finirei più se volessi narrare tutto ciò che si affolla nella mia mente ripensando a questo primo periodo della mia vita. E siti e aneddoti e figure passano davanti alla mia fantasia con la freschezza di cose recenti.
Mi contento pertanto di questi brevi cenni che potranno bastare per far conoscere ai miei giovani nipoti, se leggeranno queste pagine, la radice dell'albero da cui sono discesi da parte mia e far loro riflettere alla responsabilità che hanno davanti a Dio di serbare intatti quei sani principi che hanno ereditato dai loro maggiori.

N.B. La casa nostra era piantata in modo decorosissimo. Avevamo la cuoca, la cameriera, la bambinaia, e il domestico. Di più era ospite perenne la madre della cuoca, la vecchia Giovanna, bella nel suo caratteristico costume Nuorese.