Per i miei nipotini. Memorie d'infanzia.
Emanuela Sanjust di Teulada Cartolari (n.
1849)
Cancello di Nizzole ai 28 di dicembre 1918
Nella
circostanza del soggiorno che mia nuora e nipote Mina Amat, fece a Nuoro nell'estate
di quest'anno, si destarono nella mia mente alcune memorie lontane, lontane,
da tanti anni assopite, ossia qualche ricordo, per quanto incerto e velato,
del soggiorno fatto dalla famiglia di mio padre nella stessa città di
Nuoro quando io ero bambina di pochi anni.
Papà vi fu mandato in guarnigione essendo Capitano dei Cavalleggieri
di Sardegna che a quell'epoca facevano nell'Isola il servizio di Pubblica Sicurezza,
ossia quello che fanno ora i Carabinieri. Io vi fui portata poco dopo nata e
vi rimasi, ossia papà e mamma vi rimasero per circa tre anni coi loro
tre bambini di cui io ero la minore. Peppina aveva circa 5 anni più di
me, Enrico quasi tre.
Quello di Nuoro è il ricordo più lontano. Quando mio padre fu
traslocato a Cagliari non sono sicura se avessi o no compiuti i tre anni. Così
nulla posso dire d'allora della vita intellettuale e morale che si svolgeva
nella mia famiglia.
Solo qualche vaga immagine dei luoghi, qualche ricordo velato degli episodi
che più hanno colpito la mia immaginazione è rimasto, sebbene
confuso, nella mia mente.
Ricordo, o mi pare di ricordare, la conformazione della casa, ma solamente nella
parte, dirò così, esterna, Mi pare vi fosse un cortile con un
muro alto, di forma quadrata, non grande. Vi era un portico e, a destra, un
portone per uscire sulla strada. Vedo anche una stanza a terreno con poca luce,
perché la prendeva certo dal portico, dove il nostro carissimo babbo
ci faceva fare il bagno.
La scala mi pare fosse ripida, tra due muri, e, più volte noi bambini
l'abbiamo fatta a ruzzoloni, da cima a fondo.
Rammento qualche cosa delle passeggiate che facevamo colla nostra bambinaia,
Marianna Sanna che spesso mi portava in braccio, mi pare che le strade fossero
non selciate e infossate fra terreni sterili. Ciò suppongo fosse fuori
dal paese. Ho idea di un arco di un arco da cui pendevano ciuffi d'erba che
io mi divertivo a cogliere issata sulle spalle di un servitore o attendente
del papà che mi voleva un gran bene e tutto faceva per contentarmi.
Una volta nel solito passeggio con Marianna avvenne un fatto che mi rimase molto
impresso. Abbiamo sentito un flebile belato ed avvicinatici al posto d'onde
veniva, abbiamo vista una bianca agnellina, forse appena nata e involontariamente
abbandonata. Marianna si tolse la sottana bianca da sotto la veste e ve la involse.
Noi felici e contenti siamo tornati a casa con la nostra preda. Mi pare di ricordare
una visita del nostro zio Peppino di Teulada, fratello di papà al quale
io volevo un gran bene. Certo ricordo che dopo la sua partenza io mi aggiravo
per le stanze chiamandolo e piangendo. Era venuto, ma questo lo seppi poi, ad
annunziare il suo fidanzamento con la Nob. Signorina Luisa Roych, tuttora vivente,
la nostra buona e cara zia Luisa. E poi vedo uccellini troppo accarezzati, cui
il nostro incosciente amore procura una morte precoce.
Siamo ritornati a Cagliari quando si aggravò e poi morì la mia
Nonna materna, la Baronessa Emanuela Amat, Marchesa di San Filippo e Sorso,
ecc. ecc., nata pure Amat, ma del ramo dei Marchesi di Villarios. Non so se
dopo il doloroso avvenimento siamo ritornati a Nuoro o se esso abbia coinciso
col trasloco del papà alla capitale dell'isola.
Della morte di mia nonna nulla ricordo, ho soltanto qualche riminiscenza del
viaggio di ritorno a Cagliari. Certo un tratto lo abbiamo fatto a cavallo. Io
stavo sulle ginocchia di mia madre. Enrico era col papà sull'arcione.
Io tenevo un povero uccellino di cui Enrico mi domandava notizie ogni momento.
Ci siamo fermati a pranzo in un paese che credo potesse essere Macomer.
Mi pare che presso la casa ospitale vi fosse un orto grande. Forse il resto
del viaggio fu fatto in diligenza, ma ciò non ricordo affatto.
Mi è meno facile riordinare le memorie degli anni passati a Cagliari
dopo il ritorno da Nuoro.
Quelle di Nuoro sono circoscritte ai tre primi anni della mia vita, le altre
si protraggono per vari anni.
Incomincia l'educazione. La Mamma ci insegnava il catechismo parola per parola
e ce lo spiegava e questa Santa lezione si teneva tutti i giorni immancabilmente.
Peppina ed Enrico avevano i maestri di italiano e di francese gironzolavo intorno
a loro e imparavo a memoria tante piccole cose, specialmente le poesie. I maestri
mi prendevano spesse volte sulle ginocchia e mi facevano tante feste. Quello
di francese era un giovane pallido pallido e si chiamava M. Blanc Quello di
italiano era un maresciallo dei Carabinieri con due lunghi baffi incerati, che
erano la mia disperazione quando mi baciava e si chiamava Valizzoni.
Intanto altri bambini erano nati: Catterina subito al ritorno da Nuoro, poi
Vincenzino. Tutti crescevamo bene e godevamo buona salute.
Ogni giorno si faceva la passeggiata tutti uniti, col papà e con la mamma.
Il più piccolo faceva pure parte della comitiva in braccio alla bambinaia.
Quando eravamo tutti pronti per il passeggio, tutti radunati nella stanza d'ingresso,
prima di scendere le scale, il papà posando un ginocchio su di una seggiola,
il cappello in mano, gli occhi rivolti al cielo, recitava una breve preghiera
alla quale tutti rispondevamo. Era un Pater, un Ave e un Angele Dei. Così
mentre le nostre intelligenze si schiudevano, la nostra anima riceveva le basi
di quella Educazione Cristiana che ci fu e ci è guida per tutta la vita
e ci sarà di conforto nell'ora della morte.
Peppina era una ragazzina molto tranquilla. Io ero assai vivace e mi trovavo
bene a fare i giuochi clamorosi con mio fratello Enrico. I più piccini
ci seguivano.
Giunto all'età di nove anni Enrico fu mandato in educazione a Torino
nell'istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, dove c'erano parecchi nostri
cugini fra cui Casimiro De Magistris e Luigi Lovera di Maria, figli di due sorelle
di mia madre zia Cicitta e zia Angelica, spose a due gentiluomini Torinesi il
Conte Edoardo De Magistris di Castella, e Carlo Lovera di Maria. La partenza
di mio fratello fu per me di grande dolore, avevo sei anni. Intanto crescevano
Catterina e Vincenzino che furono per molti anni i miei compagni di giuochi.
La famiglia aumentava. Venne Maria e più tardi Annetta, l'ultima nata
a Cagliari.
L'istruzione seria era cominciata anche per me. Avevamo un Professore di Italiano
che insegnava nel Ginnasio e si chiamava Prof. Puliga. Per il francese Catterina
ed io avevamo un sardo che aveva nome Prof. Ruggiu. Io studiavo volentieri l'italiano
e facevo molti progressi. Per il Francese non avevo grande trasporto. Forse
mi urtava la pronuncia del Professore più sarda che francese, mentre
ero abituata al modo di pronunciare di nostra madre che era eccellente.
Il papà ci faceva i programmi e quando i nostri maestri non potevano
darci lezione suppliva lui.
Ogni sera la preghiera riuniva tutta la famiglia, Papà, da vero Patriarca,
intonava il Rosario al quale aggiungeva una coda abbastanza lunga ma che non
stancava nessuno. Secondo le circostanze si aggiungeva una preghiera nuova.
Allora quello di noi bambini che la riteneva più presto aveva la soddisfazione
di recitarla alla comunità. Così io ricordo ancora una preghiera
a S. Rocco che poi ho continuato a dire per anni e anni. Il papà si era
riservato sempre la preghiera a S. Giuseppe, che crediamo composta da lui, perché
aveva per questo grande santo una divozione tenerissima che lo ha accompagnato
per tutta la vita e lo ha confortato in morte. La sera della domenica il papà
ci leggeva il Vangelo del giorno. Negli altri giorni, sempre nelle prime ore
della sera, ci istruiva spesso con letture amene, per lo più di indole
storica.
Tutto ciò con misura, senza annoiarci, né stancarci, tanto che
noi stessi desideravamo che queste belle serate si ripetessero spesso.
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Avevamo un numero sterminato di parenti, zii, zie,
cugini e cugine, coi quali eravamo molto legati.
Vivevano ancora il nostro Nonno materno e la Nonna paterna la Baronessa Catterina
Sanjust di Teulada nata Amat di Villarios, sorella della nonna materna, di cui
ho ricordato la morte nelle scorse pagine. Come si può capire, mio padre
e mia madre erano cugini primi, perché figli di due sorelle.
Ricordo benissimo la nonna Catterina buona e simpatica, che andavamo a riverire
quasi ogni giorno. Doveva essere stata una bella signora bruna. Quando la ricordo
io, quantunque non dovesse essere molto inoltrata negli anni stava assai curva,
colla testa quasi appoggiata sul petto. Faceva tutti i giorni la sua passeggiata
appoggiata al braccio della sua figlia ancora zitella, la nostra zia Javotte,
la fedele Antigone della mamma sua. Così fedele che per non abbandonarla
rifiutò per anni un ottimo partito, quello del Marchese Carlo Manca di
S. Croce e di Villahermosa, che poi ha sposato anni dopo la morte della madre.
La Nonna c'invitava ogni anno, in una Domenica di Quaresima a mangiare il colostro
a casa sua. Questo colostro era una specie di panna cotta, che non ho mangiato
che a Cagliari e in casa della Nonna. Naturalmente il colostro era il pretesto
per una lauta prima colazione ricca di ogni sorta di dolci sardi e non sardi.
So che si faceva alla mattina, credo al ritorno dalla Chiesa. All'infuori di
questo piccolo invito di mezza Quaresima, credo, non ricordo di aver mai preso
pasti in casa della Nonna. Per il colostro ci radunava tutti, figli, nuore,
generi e nipoti.
A proposito di inviti, era sistema dei miei genitori di non lasciarci andare
da nessuno senza di loro. Gli zii e le zie che ci volevano pur molto bene, non
ci invitavano mai conoscendo questo sistema. Per la Nonna non credo che il motivo
per cui non andavamo a pranzo fosse questo, perché mi pare che la Nonna
dovesse fare eccezione. Forse essa stessa non desiderava il chiasso che inevitabilmente
fanno i bambini Venne il giorno doloroso in cui anche la cara Mamma del nostro
amatissimo Babbo fu chiamata dal suo Creatore a godere del premio della sua
vita esemplare, della sua lunga vedovanza cristiana.
Ricordo il dolore acerbo del nostro papà. In quel tempo io dormivo, non
so per quale circostanza, nella camera dei nostri genitori. Forse ero convalescente
del morbillo che avevo passato precisamente nella loro stanza. So che sentivo
agitarsi e sospirare nel sonno il papà nostro e ciò mi faceva
una gran pena.
Mi dispiace di non sapere le date di questi avvenimenti.
Dopo la morte della nonna andavamo assai spesso, sempre con papà e mamma,
a passare una parte della sera a casa Teulada, dallo zio Barone Carlo. Zia Javotte
dopo aver perduto la mamma era scesa al primo piano a convivere col fratello
dove la trovavamo sempre con tutti gli altri parenti Sanjust di Teulada.
I grandi facevano conversazione nel salotto, noi bambini scorrazzavamo per tutta
la casa giocando a nasconderci o a rincorrerci o a cose simili. Questo era per
noi un grande divertimento.
I cugini Amat non venivano mai a queste riunioni, ma non erano che cugini in
secondo grado dei Teulada: Noi eravamo cugini primi degli uni e degli altri.
Così in diverse circostanze e a diverse ore
Frequentavamo gli uni e gli altri con eguale amicizia e uguale affetto. Coi
Nissa, figli della Marchesa Maria, sorella di Papà, e del Marchese Giovanni
Manca di Nissa e Villahermosa, la relazione assumeva un altro carattere, essendo
i cugini quasi tutti giovanotti quando io ero bambina.
I cugini Amat erano figli del Marchese Giovanni, fratello della mamma nostra
e della giovane Matilde Quesada di San Sebastiano.
Erano Adelaide ed Emanuela, una più vecchia di me di pochi mesi e l'altra
di pochi mesi più giovane, Vincenzo che aveva circa due anni meno di
noi, Maria (poi mia cognata avendo sposato mio fratello Enrico) che era allora
piccolina, e Carlo allora piccolissimo (Carlo divenne in seguito mio genero
sposando mia figlia Luisa). A questo gruppo si univa Maria Pilo (che divenne
col tempo moglie di Vincenzino Nissa) unica figlia di zia Bebbia, pure sorella
della mamma nostra e moglie al Cav. Emanuele Pilo, vedovo e padre di tre figlie
e di un figlio grande quando sposò mia zia. Non dissi che dei cugini
di Teulada, figli dello zio Barone Carlo, due soli giuocavano con noi in quel
tempo, ossia Marianna (poi Marchesa di Laconi) e Peppino, mio indivisibile compagno
ed ora mio cognato avendo sposato mia sorella Maria. Gli altri Enrichetto, Pietro
e Luigi erano, specialmente i due primi, nell'epoca di cui parlo, già
brillanti giovanotti. Devo pure ricordare i figli di zio Cicittu altro fratello
di papà. Di questi soltanto Caterina si univa ai nostri giochi. I due
fratelli Alberto e Arrigo, cominciavano ad essere giovanotti e a disdegnare
i nostri chiassi, e Maria, l'ultima, era ancora troppo piccina.
Non ho ancora parlato di mio Nonno Amat, il Barone Vincenzo, Marchese di San
Filippo ecc. ecc. che abbiamo lasciato in vita quando siamo partiti da Cagliari,
e che visse ancora molti anni all'amore dei suoi figli e nipoti. Esso abitava
col figlio il nostro zio Giovanni, di cui già dissi, ma poi avendo dovuto
abbandonare la loro casa perché pericolava o credettero che pericolasse,
il Nonno venne a stare con noi, insieme a mio cugino Vincenzo che era il suo
prediletto. Lo zio col resto della famiglia si ritirò provvisoriamente
in un appartamento d'affitto, finché fervevano i lavori per l'allestimento
d'altra casa di proprietà del Nonno, che è quella dove gli Amat
di Vincenzo abitano ancora. Mio nonno era persona molto colta ed intelligente.
Grande cristiano, io credo che nascondesse sotto l'apparenza di una vita signorile,
molte austerità da anacoreta. Ricordo il duro letticciolo formato di
una bassa materassina sopra semplici assi. Si alzava tardi ma pregava molto
in letto, contemplando il suo grande Crocifisso appeso alla parete di fronte.
Ogni mattina, alla chiamata di Pasquale, il fido cameriere di Nonno, entravamo
tutti a baciargli la mano e dargli il buongiorno. Ci voleva molto bene ma non
era espansivo. Era ricco e credo fosse assai generoso e caritatevole.
Ogni anno passavamo il mese di Maggio ad Ussana nella vecchia casa del Nonno,
dove si radunavano tutte le famiglie delle sue figlie che si trovavano a Cagliari.
Il figlio, naturalmente, convivendo col padre vi era considerato padrone come
il padre stesso.
Con quale gioia ci preparavamo a quel mese di villeggiatura! Facevamo i nostri
bagagli tanti giorni prima, poi li disfacevamo per rifarli ancora. Chi conosce
i bambini o si ricorda della propria infanzia, sa che questa manovra è
comune a tutti i bimbi del mondo. Il Nonno aveva l'Oratorio domestico ed il
Cappellano. Tutti noi ricordiamo con affetto e venerazione " Signor Contini"
che assunto dal Nonno quando era giovane sacerdote, non come precettore, perché
non aveva l'ingegno, né la cultura da ciò, ma come guida e compagno
del giovane Marchese Giovanni, mio zio, e vi rimase per tre generazioni, ossia,
con mio Nonno, con lo zio Giovanni e con Vincenzo mio cugino e cognato. Morì
carico di anni e di meriti, circondato dall'affetto non solo dei Marchesi, ma
dei numerosi loro figli già grandi, che sono i miei nipoti Amat, figli
di due mie sorelle che sposarono successivamente mio cugino Vincenzo.
Signor Contini diceva Messa nell'oratorio Domestico ad Ussana, a Cagliari, almeno
negli ultimi anni, nella Chiesa della Purissima all'ora che più faceva
comodo alla famiglia dei Marchesi. Forse Quando noi eravamo piccoli, la celebrava,
anche in Città nell'Oratorio privato.
Un'altra veneranda figura di Sacerdote mi appare. Parlo del Canonico Paolo Giua
Protonotario Apostolico nella Metropolitana di Cagliari.
Ospite esso pure del Nonno Amat, lo fu per alcuni anni, di mensa in casa di
mio padre, in quegli ultimi anni del nostro soggiorno a Cagliari in cui, come
dissi, il nonno era venuto ad abitare con noi.
Il buon canonico pur continuando ad abitare l'appartamentino che gli concedeva
il Nonno nella sua vecchia casa, prendeva i pasti in casa nostra. Voleva a tutti
noi un gran bene. Aveva per il Nonno una devozione che direi quasi da vassallo,
che derivava certo dall'affetto e dalla gratitudine, ma anche perché
era nato e cresciuto a Sorso quando il Nonno ne era ancora il Barone con tutti
i diritti feudali. Il Canonico Giua era uomo di vasta cultura e di buon ingegno
credo fosse anche buon latinista.
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Mi sono un poco allontanata dalla cerchia stretta della
mia famiglia, ora vi ritorno.
I nostri genitori, educandoci alla Religione e alla pietà ci insegnavano
la carità verso i poverelli.
Quando disponevamo di qualche piccola somma di denaro per i nostri giocattoli
od altro di nostro piacere, la prima cosa era quella di prelevare la parte del
povero. In tal modo ci abituavano a pensare a chi soffre, a privarci di qualche
cosa con nostro sacrificio, uccidendo così quei germi di egoismo, tanto,
pur troppo, naturali all'uomo anche piccino.
Inoltre, ogni giorno della settimana aveva il suo povero, uomo o donna che veniva
all'ora del pranzo, a ritirare i resti, sempre abbondanti, della nostra mensa.
Noi bambini e non il domestico o le donne di servizio, dovevamo portare questi
resti al povero che li aspettava fuori della porta, sul pianerottolo della scala.
Vi era un panchetto di legno dove il mendicante si sedeva e poteva, volendo,
consumare il suo pasto. Ordinariamente però egli versava tutto in una
sua pignatta e lo portava a casa. Questo servizio dovevamo fare a turno. Penso
vi fosse anche in ciò una delicatezza di carità. Un bimbo solo,
sempre un po' timido, non umiliava il povero; pareva quasi si volesse far perdonare
la sua carità. Un piccolo stuolo, lieto e chiassoso, reso ardito dal
numero avrebbe potuto forse umiliare il bisognoso. Fra questi ve ne era uno
così sudicio che, ricordo, mi costava sempre uno sforzo l'avvicinarlo.
Molto rispettoso si alzava sempre dalla panchina per ricevere l'elemosina, ma
ahimè! la panchina aderiva sempre troppo alla persona in modo che non
rimaneva ferma al suo posto, ma ricadeva mentre il poveretto si rizzava. Per
questo motivo il buon uomo aveva un soprannome che non giova ripetere.
Vi era una povera donna, quella del venerdì, che criticava sempre le
vivande che li si porgevano, non gradiva il manzo lessato (se fosse viva adesso!).
Noi ripetevamo le varie lagnanze alla Mamma, ma essa la scusava sempre dicendo
che i poveretti vanno sempre compatiti per le privazioni che soffrono, per la
poca educazione avuta e tante altre cose.
C'era poi l'ospite di tutti i giorni. Era questa una certa Madama Campagna,
relativamente decaduta, che diceva di essere stata in gioventù Fama di
una delle nostre Sante Regine, non so se Maria Teresa o Maria Adelaide. Questa
parola Fama, certo una corruzione del francese (femme) voleva dire donna addetta
al servizio particolare della Sovrana
Madama Campagna era vedova con un unico figlio, un certo Pinotto, sul quale
si capisce non poteva contare perché era costretta a scendere e salire
le altrui scale per mangiare il pane benché, a me pare, non le sapesse
troppo di sale.
Per lei c'era un tavolino preparato tra la porta e la finestra della stanza
d'ingresso. Un grosso paravento la riparava dagli eventuali colpi d'aria e dagli
sguardi indiscreti di chi entrava.
Come per gli altri il servizio era fatto da noi a turno ed era abbastanza gravoso
perché allora, anche nelle famiglie di modesta fortuna, si usavano nel
pranzo molte portate e Madama era servita di tutto, con relativo cambio di piatti
e, mi pare, anche di posate. Anch'essa come la povera del venerdì, criticava
tutto ma in altro modo. Diceva al piccolo servitore o servetta "gioia mia,
dica alla cuoca che questo pasticcio non è ben condito, o questa carne
non è cotta in punto e così di seguito. A queste critiche grande
" indigestione" da parte nostra sempre corretta dalle caritatevoli
parole della mamma.
Siamo ancora alle opere di Misericordia Corporali.
Il giorno di San Giuseppe usavano i miei genitori dare un pranzo a tre poveri:
un vecchio, una giovane donna e un bambino in onore della Sacra Famiglia. In
questa occasione il pranzo era lauto e servito da noi nella nostra stanza da
pranzo. La mensa preparata come per un nobile convito e adorna di frutti e di
fiori. Il pranzo abbondantissimo perché, raccolti i resti e dati ai tre
poveri, con una offerta di denaro, potessero anche il giorno appresso rallegrare
la loro casa.
Questi luminosi esempi di carità Cristiana ci mettevano nel cuore il
vero amore per il povero, ossia ci abituavano ad amare e rispettare in esso
l'immagine di Gesù Cristo, senza fermarsi agli inevitabili difetti degli
individui
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Non ci mancavano i divertimenti. Le passeggiate straordinarie
che di tanto in tanto faceva fare il papà ai più grandicelli,
erano da noi aspettate come premio. Ci conduceva sui colli di Bonaria dove trovavamo
delle splendide farfalle o sulla spiaggia per raccogliere le conchiglie che
vi erano in abbondanza. Altre passeggiate divertentissime erano le gite alle
vigne suburbane di proprietà del Nonno o degli zii. Di tanto in tanto
in una di quelle di Casa Teulada, si organizzava un pranzo o una colazione che
ci dava agio di passare una giornata in campagna saltando e correndo a nostro
piacere.
Ogni anno in carnevale lo zio Barone Carlo di Teulada ci dava un balletto in
costume, radunando tutti i numerosissimi bambini del parentado. Al ballo seguiva
una cena servita in un bellissimo servizio da frutta di vermeil. Io ho sempre
creduto, finché non sono stata grande, che quelle magnifiche, artistiche
posatine e quelle finissime porcellane fossero state fatte espressamente per
la nostra festa infantile. Erano pure motivo di riunione generale i frequenti
battesimi di fratellini e cuginetti che davano pretesto per rinfreschi abbastanza
sontuosi e a noi di scorrerie per tutta la casa che ci ospitava.
E gli onomastici? A quei tempi a Cagliari si celebravano con molti regali. Tutti
i parenti, grandi o piccoli, portavano un dono al festeggiato, fosse adulto
o bambino. Il gran numero di parenti faceva si che ogni ragazzo ricevesse in
quel suo giorno onomastico una quantità di oggetti veramente incredibile.
I gattini che mi portavano sapendo che li prediligevo, formavano una vera collezione
che faceva la mia delizia. Ve ne erano in piedi con la testa mobile, coi micini
nel cestino e in ogni posa. Lo stesso avveniva a tutti i miei fratelli e sorelle
in modo che di giocattoli avevamo sempre grande abbondanza. Credo che in seguito,
questo uso che diventava quasi un abuso, visto il numero di persone a cui si
doveva regalare, sia stato tolto per mutua convenzione fra i parenti. E fu bene,
specialmente per i piccini che si abituavano ad avere troppo superfluo senza
nessun obbligo da parte loro, perché nelle spese dei regali per gli altri
essi non avevano nessuna parte. Era un diritto senza il dovere corrispondente
e correttivo.
Dopo quanto scrissi fin da principio, non ci sarebbe bisogno di parlare della
pietà dei nostri Genitori. Ma mi è così dolce rievocare
le memorie di quegli anni benedetti che qualche cosa mi resta sempre da dire.
La loro pietà era veramente esemplare e quella del papà così
comunicativa che quando ci parlava di Dio, della B. Vergine, dei Santi, di San
Giuseppe in modo particolare, i nostri teneri cuori si infiammavano di santi
affetti. Avevano entrambi l'abitudine di frequentare i Sacramenti almeno una
volta ogni settimana. Il giorno del papà era il venerdì. Non vi
mancava mai quantunque il servizio lo obbligasse ad alzarsi prestissimo per
poter prima soddisfare questa sua devozione. Nell'inverno si recava alla chiesa
nelle ore ancora buie, con una piccola lanterna in mano. Negli ultimi anni della
sua vita libero dal servizio militare, so che faceva ogni giorno la S.Comunione.
Così cristianamente educati un grande affetto ci univa anche fra fratelli.
Se il papà era costretto a dispensare all'uno o all'altro qualche castigo
(ma ciò avveniva di rado) ricordo che la mia disperazione era tale che
non cessavo di piangere e d'implorare finché non avessi ottenuto il perdono
del colpevole.
La nostra lieta infanzia scorreva sotto la guida dolce e ferma di così
incomparabili genitori. Consci, pur quasi inconsapevolmente, di essere oggetto
di tutte le loro cure, scopo della loro vita, unico loro desiderio condurci
per quella via che mena al Cielo, avevamo per essi un grande amore accompagnato
da un rispetto profondo. I loro ordini, dirò, i loro desideri erano legge
per noi e non si discutevano. Quando nasceva qualche disputa fra noi e non ci
sapevamo mettere d'accordo ricorrevamo, come a tribunale supremo, al parere
dei genitori. Quello a cui veniva data ragione spiegava i motivi agli altri
e tornava tosto a regnare la pace.
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Dalla vita larga che conducevamo si sarebbe potuto
credere che i nostri genitori fossero ricchi di beni di fortuna. Ciò
non era affatto.
Usciti entrambi da famiglie assai ricche, il privilegio del maggiorascato che
vigeva ancora in Sardegna al momento della morte di mio Nonno, il Barone Enrico
di Teulada, che lasciò i figli nella più tenera infanzia, privò
mio padre di ogni diritto all'eredità paterna.
D'altra parte la mamma, dal padre vivente e ricchissimo, non ebbe al momento
delle sue nozze che la piccolissima dote regolamentare che si esigeva allora.
Non parlo della pensione vitalizia, irrisoria, che il Consiglio di famiglia
assegnò a mio padre per non gettare l'odiosità su di un parente
che pur aveva delle grandi doti e che il nostro babbo ha sempre amato di vivissimo
affetto, senza mai muovere nessuna lagnanza sopra un modo di procedere che a
noi sembrava crudele, ma tollerato forse allora per un residuo di pregiudizi
feudali e, sopra tutto, per le grandi virtù cristiane dei nostri genitori.
Miracoli di economia e di equilibrio davano alla nostra famiglia quella agiatezza
e quel benessere di cui abbiamo sempre goduto. Noi certamente non ci accorgevamo
di essere meno ricchi dei cugini. E di questo siamo debitori, come di tutto,
all'amore oculato e prudente del papà e della mamma. Nel ripensare al
poco di cui potevano disporre in quel tempo colle spese aumentate dai traslochi
prima a Genova, dove è nato Enrico, quindi a Nuoro e a Cagliari, una
meraviglia piena di tenerezza e di ammirazione mi invade l'anima e ringrazio
di cuore il Signore che ci ha fatto nascere da simili genitori.
Non finirei più se volessi narrare tutto ciò che si affolla nella
mia mente ripensando a questo primo periodo della mia vita. E siti e aneddoti
e figure passano davanti alla mia fantasia con la freschezza di cose recenti.
Mi contento pertanto di questi brevi cenni che potranno bastare per far conoscere
ai miei giovani nipoti, se leggeranno queste pagine, la radice dell'albero da
cui sono discesi da parte mia e far loro riflettere alla responsabilità
che hanno davanti a Dio di serbare intatti quei sani principi che hanno ereditato
dai loro maggiori.
N.B. La casa nostra era piantata in modo decorosissimo. Avevamo la cuoca, la cameriera, la bambinaia, e il domestico. Di più era ospite perenne la madre della cuoca, la vecchia Giovanna, bella nel suo caratteristico costume Nuorese.